Incontro con Talal Khrais responsabile delle relazioni estere di Assadakah

talalRoma, 13 Gen – Talal Khrais lavora da molti anni come inviato di al-Manar TV, per la quale analizza la politica internazionale. Questo colloquio non è nato da un’unica intervista, ma è il frutto di più conversazioni, con un dialogo molto libero. Lo incontro a Roma dopo mesi di missioni che lo hanno portato e riportato nelle zone di guerra siriane. Talal parla di quella orribile guerra e mostra come sempre la sua partecipazione attiva e diretta a un dramma che i grandi media nostrani ricordano a intermittenza, ma che nella sostanza dimenticano o distorcono, perfino mentre altro sangue viene versato. E pensare che fino a 5 anni la Siria era uno dei paesi più stabili dell’area Medio Orientale.

In questi ultimi anni Talal Khrais ha lavorato in 38 Paesi, accompagnando colleghi di 84 diverse nazionalità con i quali ha condiviso intere giornate con la prospettiva di restituire notizie vere sulla vicenda siriana e non chiudere gli occhi davanti a un conflitto che ha cambiato gli equilibri dell’area mediorientale. Lo dice spesso: «quella guerra si deve raccontare, bisogna essere capaci di dare un volto alla sofferenza, visto che le conseguenze del conflitto siriano hanno ripercussioni globali». Affronta la posizione di molti colleghi che non si espongono: «Cosa siete venuti a fare in Siria? Potevate rimanere nel vostro paese e parlare del tempo, del traffico o del solito spettacolo televisivo. Che fate? Aspettate la prima mossa della stampa americana? Sono deluso da corrispondenti famosi, si parla di loro come se fossero idoli del giornalismo, e invece sembrano farsi strumento dell’apparato politico, mentre un reporter non deve sottomettersi alla politica. Sono abituato a consultarmi con il capo redazione, a dialogare sui fatti e a sentirmi rispondere che se sono sul campo sono io a dover raccontare, e con il contributo del cameraman andiamo a lavorare.» Comunque definisce diversi colleghi di France 2, ABC e CNN persone risolute e combattive, soprattutto perché, cercano di capire come stanno le cose. L’integrità del singolo giornalista può sempre contribuire a superare certi difetti del sistema.
La guerra siriana inizia intorno al 2011 tra il Governo e le forze di opposizione (i manifestanti rivendicano più libertà) in un panorama geopolitico determinato in parte anche dal comportamento dell’Occidente che non ne comprende le conseguenze e le implicazioni. I Paesi Arabi chiedono alla Siria di interrompere i rapporti con la Repubblica Islamica dell’Iran, un alleato della Siria al pari degli Hezbollah libanesi. «Speravano di assicurarsi investimenti in Siria con un gasdotto che partisse dal Qatar fino all’Europa». L’Europa affamata di energia sarebbe stata il consumatore ultimo. L’idea del progetto viene allontanata dal Presidente Bashar al-Asad in virtù di quella storica alleanza con la Russia, che molti governi – con pazzesca mancanza di realismo politico – avevano voluto ignorare. Due Paesi amici, due Paesi in cui convivono situazioni particolari: «Non sono certo pochi 50 mila matrimoni misti tra siriani e russi, così come conta parecchio la Chiesa ortodossa, che in qualche misura segna profondamente le due società, russa e siriana».
Tra le rivendicazioni di Riad verso Damasco c’era anche il tentativo di non sostenere il riconoscimento dello Stato Palestinese, nonostante l’esistenza delle risoluzioni ONU 242 e 338 che invitano lo Stato Ebraico alla liberazione dei territori arabi occupati. Israele sembra pretendere sempre, contemporaneamente, terre e pace.
Le conseguenze dei No siriani accumulati nel tempo creano «un clima di ostilità tra Damasco e un gruppo di “monarchie senza costituzione”». La guerra contro la Siria è «un tentativo diretto di sconvolgimento dello scenario mediorientale ai danni della Russia, della Siria, della resistenza palestinese e del Libano. È una guerra globale per procura, diretta contro tutto l’asse della resistenza». Talal reporte
Sulla scena internazionale la Russia può vantare una singolare funzione di protagonista: a sostegno del regime siriano rafforza il suo dispositivo militare nella regione, chiede e ottiene dal Presidente siriano la modifica di alcune riforme e la sostituzione dell’art. 8 della Costituzione che garantiva il dominio del partito Baath al potere e non prevedeva una partecipazione di tutte le forze politiche. «Soddisfatte tali richieste, i russi decidono di “difendere Damasco come Mosca”». E Mosca ritorna sulla scena internazionale, non necessariamente per essere antagonista dell’Occidente ma come una solida risorsa disponibile per la lotta contro il terrorismo. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica l’Occidente ha perso molte occasioni per una nuova politica di distensione che rinunciasse alle interferenze e puntasse all’integrazione economica. Anche per la Siria l’interferenza straniera diviene tuttavia la regola. Khrais ricorda che «gli attentati suicidi in Siria scoperti dalla polizia non sono stati compiuti da siriani: i corpi ritrovati sono di uomini di altre nazionalità», e si domanda perché non sia stata adottata una linea dura contro il terrorismo avendo visto molti attentatori stranieri combattere in Siria «in maniera illegittima, prima di tutto contro le tante comunità minoritarie». L’auspicio è vedere la Siria «uscire dalla guerra civile». Certo, sarà un processo complicato, ma sarà l’unico criterio per raggiungere stabilità, visto che le guerre non sono scomparse dal nostro orizzonte.
Ci salutiamo: «torno a Beirut, una città di persone libere, una comunità umana di millenaria cultura», molto vicina a tutti i sommovimenti del Levante, compreso il loro respiro storico e culturale comune. Non è un piccolo dettaglio sapere che in questi anni di guerra civile siriana, e prima ancora nel vicino Iraq, il nichilismo terrorista ha colpito la memoria. Khrais fa un calcolo drammatico: «In Siria 300 siti archeologici sono stati colpiti e un numero imprecisato rischia di deteriorarsi per la mancanza di cure. Sono immagini ancora dolorosissime quelle dell’inestimabile patrimonio artistico siriano abbattuto a martellate da una furia inspiegabile, quasi si volessero estinguere secoli di storia e civiltà. Non si deve mai dimenticare quanto sia importante difendere la Siria, tutta la Siria».

Paola Angelini

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