Il terrorismo è alle nostre porte, basta show.

carabiniere_ros_NDa diversi anni ripetiamo che l’Europa, nel sostenere al buio la Fratellanza Musulmana nei Paesi Arabi, porterà alla distruzione delle istituzioni e alla creazione del caos. Spesso i primi a fare questo errore sono i leader della sinistra, nel tentativo di cavalcare un’onda e accontentare sia Israele che gli Stati Uniti, per poi ottenere una sorta di certificato di buona condotta.
Accade però che in Siria le correnti oscurantiste stiano subendo duri colpi, e lo stesso vale per il Libano e l’Iraq. 
Gli Stati Uniti sono riusciti a ritornare in parte sui loro passi, riconoscendo il ruolo della Federazione Russa nella lotta al terrorismo. Tuttavia solo una piccola parte dell’opinione pubblica dominata dal mainstream anglosassone ha capito le ragioni che hanno spinto la Russia a fare il sacrificio di una guerra costosissima. Eppure la questione è chiara: la Russia sta combattendo per proteggere la sua sicurezza, mentre l’Europa non sa che politica seguire. Ancora oggi le classi dirigenti europee continuano a rivolgere la loro assurda ostilità al presidente siriano Bashar al-Assad, e continuano a rimuovere un fatto di grande importanza storica: se Assad fosse caduto, la Siria e il cuore del Medio Oriente sarebbero finiti nelle mani di ISIS-Daesh, ossia il sedicente Stato dell’Iraq e del Levante. 
Assad ha spiegato, più volte che Russia, Iran e Libano stanno combattendo in Siria per proteggere la propria sicurezza. Il presidente ha sottolineato che la Russia e altre nazioni che combattono gli islamisti takfiri in Siria volevano evitare un ricaduta nei paesi vicini. Basti pensare a quali effetti a catena si sarebbero determinati su tutti i paesi confinanti, già oggi soggetti a un carico di dolore e di tensione senza paragoni. Basti pensare a quanti sono i rifugiati siriani concentrati nel solo Libano, oltre un milione e mezzo secondo le stime più prudenti, e quanto sarebbe esplosivo un ulteriore afflusso. L’Unione Europea, per molto meno, sta subendo una crisi già devastante.
Forse la Siria ce la farà grazie alle scelte fatte nella regione mediorientale, costruendo una vera e sincera alleanza contro il terrorismo.
Quanto è lontana l’Italia da tutto ciò? L’Italia è molto vicina alla catena di crisi che congiunge il Medio Oriente alle coste africane ad essa più vicine. Eppure continua a distrarsi nei suoi vecchi show mentre l’ISIS e le altre formazioni estremiste sono davvero alle porte. C’è gente che sa fare i suoi calcoli, come se li è fatti freddamente in Siria: bastano 50 uomini ben addestrati, spregiudicati e totalmente spietati per occupare con durezza militare una media città e prendere in ostaggio la popolazione inerme. L’Europa non è preparata. E in una situazione del genere, che sembra remota ma non lo è, i governanti attuali valgono meno di zero.
I foreign fighters europei che hanno partecipato alla devastazione della Siria sono migliaia, e moltissimi di loro sanno come muoversi, quali passaporti usare per ritornare nei paesi dove sono nati e che conoscono bene. In mezzo all’immensa marea dei profughi innocenti e disperati, altre migliaia di individui che hanno partecipato alla guerra si possono mimetizzare e unirsi alle tante cellule dormienti entrate dal 2014 in Europa. Senza che il problema debba comportare la discriminazione della grande maggioranza degli innocenti, si deve cominciare a parlarne seriamente: il rischio è serio.
Guardate la cartina dell’Italia e guardate dov’è la Tunisia. Quel che è successo in Tunisia la settimana scorsa è pericoloso, di una pericolosità inedita. In tutto il Paese è stato proclamato lo Stato di emergenza per 30 giorni, ma non significa che finirà subito.
«La Tunisia sta vivendo circostanze eccezionali che necessitano di misure eccezionali. Noi non abbiamo la cultura del terrorismo, è un problema regionale», ha affermato l’anziano presidente tunisino, Beji Caid Essebsi, sottolineando che «nella vicina Libia ci sono milizie armate, l’ISIS è alle nostre porte, siamo in guerra contro il terrorismo, è una lotta che dobbiamo vincere a tutti i costi».
Lo stato di emergenza in Tunisia era già in vigore dal 15 gennaio 2011, poi fu revocato il 6 marzo 2014, senza alcuna possibilità di un eventuale sostegno delle forze di sicurezza né di operazioni militari. Ora, dopo lo shock dei due recenti grandi attentati, per Essebsi non c’è altra scelta: «Noi abbiamo creduto che l’attacco al museo del Bardo sarebbe stato l’ultimo. Lo Stato potrebbe crollare se dovesse subire un altro attentato come quello di Sousse. Adottare lo stato di emergenza è un mio dovere. Siamo di fronte ad un grave pericolo, siamo in stato di guerra».
Essebsi ha aggiunto che «gli Stati Uniti, la Francia, la Gran Bretagna, l’Unione europea e l’Algeria sostengono la Tunisia contro il terrorismo», rimarcando che è la situazione nella vicina Libia a essere la maggiore causa della nuova febbre politica che attacca la Tunisia, in quanto proprio dal paese nordafricano provengono i gruppi terroristici e le armi.
«Le nostre frontiere con la Libia sono lunghe 500 km, è difficile per noi controllarle con mezzi che non possediamo. La Libia non ha un vero e proprio Stato, ma ci sono delle milizie armate, Daesh (Isis) è ormai alle porte». La memoria del presidente va indietro nel tempo e torna drammaticamente sul presente: «La Libia era considerata il ponte verso l’Africa ma adesso questo ponte è a doppio flusso e dall’altra parte c’è Al-Qa’ida». Oltre alle altre formazioni jihadiste imbottite di armi e petrodollari.
Il pericolo di un attacco terroristico di qualche entità jihadista in Europa è ormai nell’orizzonte degli eventi, che ci vogliamo credere o no. Si tratta di un terrorismo transnazionale, ben armato e foraggiato e con molte coperture.
Se le forze di sicurezza tunisine non saranno aiutate seriamente, non saranno in grado di mantenere la sicurezza in questo paese di 11 milioni di abitanti.
Intanto, i bilanci degli scontri al confine tunisino-libico raggiungono ormai la stessa macabra intensità di altri scenari di guerra in tutto il Vicino Oriente, come fossero battaglie locali da ricomporre in un’unica guerra più grande, che possiamo notare soltanto sollevando lo sguardo. Ben 52 sono stati i morti durante l’attacco dei terroristi dell’ISIS nella città di Ben Guerdane, al confine con la Libia. Gli uomini della sicurezza tunisina hanno combattuto come eroi uccidendo sei terroristi e distruggendo le munizioni sequestrate agli aggressori che avevano attaccato questa città di 80mila abitanti.
Per il seguito, molto dipenderà da quanto caos ancora le grandi potenze vorranno aggiungere e riversare nella vicina Libia, per i loro miopi giochetti imperialistici. Sono pronte a lanciare i missili, ma in realtà sono boomerang. E non sanno maneggiarli.
di Nouri Mohamad, TRIPOLI 
Talal Khrais, DAMASCO 
Alberto Paladino, ROMA

Rispondi