Nella Palmira liberata, dove a guidare le operazioni sono i russi

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Il rumore delle esplosioni, ogni mezzo minuto, è la prima cosa che ti viene incontro a Palmira. Dalla collina della Cittadella che domina la città si capisce il perché. Decine di pennacchi di fumo si levano fra le case. Colpi sordi. Raffiche di munizioni che esplodono. Gli artificieri russi stanno bonificando l’abitato strada per strada. L’Isis ha piazzato bombe-trappola a migliaia. Le ha nascoste sotto l’asfalto avvolte nella plastica per renderle più difficili da individuare. Per questo il governo di Damasco ha chiesto aiuto agli specialisti di Mosca.

Il presidente ha chiamato direttamente Putin – spiega il generale Samir Suleiman -. E sono arrivate in aereo le squadre di artificieri». Lo sminamento è l’ultima parte della battaglia. Una settimana fa le truppe governative sono entrare a Palmira. La più importante vittoria da quando, lo scorso 30 settembre, è cominciata l’offensiva contro i ribelli con l’appoggio dei raid russi. La più importante vittoria contro lo Stato islamico, arrivata subito dopo gli attentati di Bruxelles. Un successo che permette a Bashar al-Assad di ergersi a «difensore della civiltà» contro la ferocia islamista.

 

La città è zona militare. Anche gli abitanti dovranno aspettare qualche giorno prima di poter tornare nelle case. Non c’è acqua né luce. Si può girare solo sotto scorta. Suleiman mostra un cratere che squarcia la strada dietro al Museo. «Ci siamo quasi passati sopra», racconta. Un cavo di metallo seminascosto li ha messi in allarme: «Gente esperta, quelli dell’Isis – continua il generale -. Molti ex ufficiali dell’esercito iracheno. Si erano preparati per resistere a oltranza. Hanno minato tutto, anche i monumenti. Non è stata una vittoria facile. Ma dopo cinque anni di guerra, sappiamo come sconfiggerli».

 

Strategia vincente

A Palmira c’era il più grosso contingente dell’Isis dopo quello di Raqqa. Circa 5000 combattenti. E a ragione. Da tremila anni la città è la porta del Medio Oriente per chi viene da Ovest. E quella verso il Mediterraneo per chi arriva dall’Est. Lo Stato islamico l’aveva presa lo scorso maggio e ne aveva fatto la base per l’attacco a Damasco, per la posizione geografica. Davanti alla città si chiudono a tenaglia due catene di colline ripide che corrono dal Libano al Grande deserto siriano, chiamate Abu Rujmayn e Al-Ruwaq. Partendo da Palmira le colonne dell’Isis potevano infiltrarsi, al coperto, per centinaia di chilometri. Le due creste erano state fortificate. Bunker, nascondigli nelle grotte, con mortai e lanciarazzi. Gli islamisti dominavano l’unica strada che porta alla città da Ovest. Per arrivare all’assalto finale l’esercito ha dovuto prima occupare la piana di Bayarat, una triangolo chiuso ai lati dalle due catene.

 

Palmira dista 238 chilometri da Damasco. Gli ultimi 40, dalla Base numero 4, sono zona militare. La strada nella piana di Bayarat è un susseguirsi di fortini. Dietro cumuli di sabbia e pietre si intravedono le tende e i mezzi: blindati Bmp-1, vecchi tank T-55. Le milizie di autodifesa Difah al-Watani, dalle bandiere gialle, hanno invece grossi pick-up, corazzati con l’aggiunta di piastre metalliche. Sulla pista dell’aeroporto militare ci sono 4 Mig-21. Ogni 5 chilometri circa c’è un check-point. Ai lati della strada carcasse annerite dei mezzi distrutti. I cadaveri sono stati portati via. Ne hanno dimenticato solo uno, carbonizzato.

 

Il generale Suleiman non fornisce le cifre ufficiali dei soldati impegnati, segreto militare. Fonti vicine a Hezbollah parlano di 15, 20 mila uomini. Accanto ai regolari, milizie locali, reparti di Hezbollah, pasdaran iraniani, corpi speciali russi. Nella piana di Bayarat l’Isis ha contrattaccato per due settimane con veicoli kamikaze, la sua arma più potente. Ma la maggior parte sono stati neutralizzati dai raid. Il coordinamento fra russi e siriani è stato strettissimo. La maggior parte degli ufficiali, come lo stesso Suleiman, si è formato all’Accademia di Mosca e parla russo. Presa la piana di Bayarat è cominciato l’assalto alle colline. La terza settimana di battaglia. Sono entrati in azione i corpi speciali. Si sono infiltrati dietro le linee, per fornire le coordinate dei bunker. Che sono stati distrutti uno a uno dai cacciabombardieri. A quel punto l’Isis non poteva più colpire dall’alto la fanteria. Piccoli reparti dell’esercito, 30-35 uomini, hanno preso le cime con blitz notturni.

 

Fosse comuni

Per l’Isis era finita. Ha resistito ancora una settimana per coprire la ritirata al resto delle forze. «Hanno perso mille uomini», valuta Suleiman. I caduti nell’esercito, ufficialmente, sono 79. Gli islamisti si sono portati via tutto, comprese centinaia di schiave yazide, deportate fino a Palmira dall’Iraq come premio ai combattenti. Hanno divelto i pali della luce, distrutto le condotte dell’acqua. Il regime del terrore è durato fino all’ultimo. Ieri i militari hanno scoperto una fossa comune con 50 corpi mutilati, decapitati.

 

All’ingresso della zona archeologica, la fontana circolare era stata trasformata in strumento di tortura. In una gabbia metallica venivano rinchiusi i prigionieri. I corpi decapitati, poi, erano lasciati sanguinare finché la fontana non si riempiva. Anche Khaled al-Asaad, l’archeologo siriano custode di Palmira, la «perla del deserto», è rimasto esposto lì. Non aveva voluto rivelare dove aveva nascosto i gioielli e reperti che gli islamisti intendevano vendere al mercato nero.

 

La pattuglia russa

La «perla del deserto» è stata sfigurata ma non distrutta. Il tempio di Baalshamin è raso al suolo. Uno degli archi che aprivano e chiudevano il colonnato è demolito. Il tretrapylon è salvo. Il teatro, del II secolo, pure. Il tempio di Bel, massimo capolavoro, del I secolo dopo Cristo, è stato invece massacrato: la cella dal doppio porticato è un cumulo di macerie. Regge solo l’arco di ingresso. Le mura esterne, di epoca islamica, non sono state però toccate. Anche al teatro avvenivano le esecuzioni pubbliche. Compresa quella di 21 civili fatti vestire da militari e decapitati, per terrorizzare l’esercito.

 

Ora i soldati vittoriosi si fanno le foto ricordo in posa, le dita a V, i kalashnikov in alto. Arriva una pattuglia con divise verde chiaro, i berretti dalle visiere lunghe in stile coloniale. Sono i russi. Molto nervosi. Fanno richiamare dall’accompagnatore siriano, bruscamente, chi scatta foto. Artificieri o corpi speciali? «Tutti sanno che ci sono i russi a Palmira», minimizza il generale. Ma «non vogliono foto, tutto qui». I modi sono però quelli di un padrone di casa.

 

Le prossime mosse

Per i siriani, però, i russi sono l’alleato indispensabile. «L’Europa che ha fatto? Ha appoggiato i ribelli, “i terroristi moderati” finanziati e armati da Turchia e Arabia Saudita, e ora si ritrova il terrore in casa. Noi difendiamo Damasco, la Siria laica e unita, ma difendiamo anche l’Europa», è la tesi del generale. Palmira sarà ricostruita «in cinque anni». La Siria liberata, inshallah, «entro un anno». Il piano di attacco prevede la presa di Al Sukhnah, fra Palmira e Deir ez-Zour, poi del valico di Al-Tanf, al confine con Iraq e Giordania, per tagliare i rifornimenti dalla parte irachena del Califfato. Poi la marcia su Deir ez-Zour, per liberare la guarnigione assediata. E infine l’assalto a Raqqa.

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