ANSIE SAUDITE, di Ugo Tramballi

Per decenni è stata un simbolo di cautela nel bazar mediorientale, nei suoi delicati e mutevoli equilibri.

Da un paio d’anni si muove invece con l’apparente grevità di un elefante nel negozio di porcellane. Dal vertice petrolifero di Doha alla decisiva visita di Barack Obama in questi giorni a Riyadh, l’Arabia Saudita sembra volersi comportare come la potenza volutamente destabilizzante della regione. Cosa è accaduto al regno dei sussurri, della fede e dei petroldollari perché cambiasse in questo modo? Evidentemente il mutamento americano: con Obama gli Stati Uniti hanno smesso di praticare l’arte del realismo politico, scegliendo la via dei suoi valori democratici, dei suoi interessi interni e del disimpegno dalla regione. Nella storia dell’inossidabile alleanza fondata sul petrolio e la geopolitica, sulla divisione dei compiti fra denaro saudita e presenza militare americana, ci sono stati altri momenti di tensione: il riconoscimento americano d’Israele nel 1948, l’embargo petrolifero del 1973, la caduta di Mubarak in Egitto nel 2011. Mai però interessi e comportamenti erano stati così contrastanti.

Tuttavia non si può comprendere la nuova versione interventista e unilateralista saudita, senza tenere conto che per la prima volta in più di 50 anni e dopo tre monarchi ultra-ottantenni, il regno oggi è governato da una nuova generazione di principi. Re Salman è l’ultimo degli ottantenni: ma il suo erede e nipote Mohammed bin Nayef ha 56 anni e il vice-erede e figlio Mohammed bin Salman ne ha poco più di 30. E sono loro che governano il paese. Mohammed il nipote è per educazione politica vicino agli Stati Uniti: ha studiato in un’università americana e alla scuola dell’Fbi. Mohammed il figlio, il più giovane, parla solo l’arabo e la sua educazione è avvenuta interamente in ArabiaSaudita. Le riforme interne che aveva avviato re Abdullah, morto nel gennaio 2015, sono state sospese. Il clero wahabita ha più potere di prima e giusto alcuni giorni fa 140 saggi hanno inviato al re una petizione per una lotta senza quartiere in tutto il mondo islamico contro “i satanici safavidi iraniani”: la dinastia che nel XVI secolo impose la fede sciita alla Persia. La versione saudita degli avvenimenti mediorientali di questi anni è che l’origine e la diffusione del terrorismo islamico è nell’Iran khomeinista. A Riyadh rivendicano un’innocenza che non hanno. A partire dagli anni ’80 l’Arabia Saudita ha finanziato la diffusione dell’Islam ovunque nel mondo ci fossero musulmani. Non c’era villaggio africano o dell’Asia più povera, nel quale i sauditi non finanziassero la costruzione del pozzo, della moschea e il salario di un predicatore salafita. E’ in questo brodo di coltura che è nato l’estremismo.   Ma al tempo stesso i sauditi non hanno del tutto torto. Fu la rivoluzione iraniana del 1979 e le sue ambizioni regionali a creare un fatto nuovo. L’espansionismo laico imperiale dello Shah veniva sostituito da quello settario, dichiaratamente religioso e sciita della repubblica islamica, la prima nella regione dopo decenni di nazionalismi e nasserismo. In questo contesto sono arrivate le primavere arabe, cioè la caduta di tutti i rais sunniti, assecondata quando non direttamente eseguita dagli Stati Uniti; il disimpegno militare americano e l’apertura politica all’Iran. Per decenni il Medio Oriente era stata una questione sunnita con l’Arabia Saudita nel ruolo di moderatore, ufficiale pagatore e subliminale direttore d’orchestra. Oggi nel sistema mediorientale sono entrate stabilmente la Turchia (protettrice dei Fratelli musulmani invisi a Riyadh) e soprattutto l’Iran. Ultima ragione di preoccupazione, ma non la meno importante, è l’ingresso sul mercato petrolifero dello shale americano e il ritorno di quello iraniano.
Se l’obiettivo americano – e russo – è di sconfiggere l’Isis e ripristinare un ordine regionale, l’impresa non è possibile senza l’Arabia Saudita. La visita di Barack Obama, che nella sua presidenza ha garantito a Riyadh aiuti militari per 95 miliardi di dollari, è l’ultima seria opportunità per ascoltare e dare una risposta alle ansie del regno, inadeguato alla modernità ma necessario. Se Obama non ci riuscirà, si creerà un vuoto fino a gennaio, quando entrerà in carica un nuovo presidente degli Stati Uniti: posto che, chiunque sia, abbia idee migliori. Ma il Medio Oriente non ha mesi di tempo.

Il sole 24 ore

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