COME FINI’ LA GUERRA FREDDA, di Ugo Tramballi

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“L’embargo introdotto da Carter dopo l’invasione dell’Afghanistan causò ulteriori danni. Alle distillerie di vodka fu ordinato di tagliare la produzione per risparmiare gli stock di cereali. Niente era più deprimente del fatto che più di due terzi delle fattorie collettive fossero in perdita. Le cose peggiorarono con la caduta dei prezzi mondiali di oro e diamanti. Gorbaciov chiese ad Andropov di varare riforme radicali. A tutti era chiaro che il bilancio nascondesse sistematicamente la realtà”. Inoltre, il 40% della produzione industriale era militare e ignorava beni e servizi alla popolazione.
Fu l’inizio della fine della Guerra fredda. Alla quale sarebbero seguite la fine della cortina di ferro, del Patto di Varsavia, dell’Urss, del comunismo, del mondo bipolare e di un ordine globale imperfetto ma rassicurante. E’ forse la prima volta che un saggio ricostruisce quell’epoca drammatica ma piena di attese, di grandi risultati e qualche illusione: certamente nessuno ne ha scritto con la stessa cura di Robert Service docente a Oxford e senior fellow a Stanford.
“The End of the Cold War” che ricostruisce gli anni fra il 1985 e il 91, accennando anche agli antefatti e alle conseguenze, ha due eroi assoluti: Mukhail Gorbaciov e Ronald Reagan; due coprotagonisti: Edward Shevardnadze e George Shultz, i loro ministri degli Esteri; due attor giovani, subentrati a trama iniziata: George Bush (il padre) e Boris Eltsin; alcuni attori non protagonisti ma meritevoli di nomination: Margareth Thatcher,  Helmut Kohl, François Mitterand, Wojciech Jaruzelsky e Erik Honecker; uno stuolo di cattivi: la Cia e il Kgb, il Pentagono e lo stato maggiore sovietico, a volte le opinioni pubbliche delle due potenze.
Ma “The End” non è un film. E’ una descrizione degli eventi e degli umori, che narra il crescendo della vicenda col distacco della Storia, anche se questa Storia non è così lontana. A dimostrazione che non è il Destino ma sono gli uomini che fanno le cose, Gorbaciov e Reagan erano in apparenza gli eroi meno adatti a dare al mondo una speranza di pace e prosperità così gigantesca. Il primo era cresciuto nell’apparato del partito e fino alla fine – sua, del partito e dell’Urss – ha creduto che il comunismo sovietico fosse riformabile. Il secondo era un anticomunista rimasto tale fino alla sua uscita. Il cuore della vicenda sono i vertici Usa-Urss: dal primo di Ginevra del 1985, quando i due alieni s’incontrarono, scoprendosi; a Reykjavik ’86, quando sfiorarono il sogno di un mondo senza armi nucleari; a Malta ’89 – questa volta con Bush – quando fu dichiarata la fine della Guerra fredda; a Mosca ’91, quando fu concordato “il più grande e complesso processo di riduzione delle armi nella Storia” ma dove i protagonisti scoprirono che il mondo non si sarebbe mai liberato delle armi nucleari, dimostratesi paradossalmente la più efficace garanzia di pace e di equilibrio.
“The End” non fu solo una questione di diplomazia e arsenali. “Gorbaciov comprese che non avrebbe realizzato il disarmo senza aprire la strada ai diritti umani”. Fu questa la causa della fine dell’Urss e delle sue alleanze. Privati del soccorso militare sovietico, uno dopo l’altro i regimi comunisti europei crollarono. Le nuove libertà attivarono i nazionalismi nelle repubbliche sovietiche e il disordine nella Russia.
Forse gli americani avrebbero dovuto aiutare di più Gorbaciov. O forse niente avrebbe potuto fermare le conseguenze. Nato per dare al mondo un equilibrio di pace, il negoziato diplomatico-militare produsse un vincitore e uno sconfitto. Tuttavia, le forze messe in moto da quell’evento epico avrebbero indebolito anche il primato del vincitore. Innescarono “diversi conflitti regionali cronici, l’intervento americano in Afghanistan e in Medio Oriente nel XXI secolo”. La Cina emerse come grande potenza industriale e si avviò la globalizzazione delle operazioni finanziarie.
Nel 1986, parlando ai suoi ministri, Gorbaciov ammise che l’economia sovietica “dipendeva eccessivamente dalle esportazioni di gas e petrolio e che erano cronicamente deboli i progressi tecnologici e la produttività”. Non sembra che sul piano economico la Russia del XXI secolo abbia fatto molti passi in avanti.

 Il Sole 24 Ore

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