Paola Angelini: “Medz Yeghern”, il Genocidio del popolo Armeno

“Medz Yeghern”, il Genocidio del popolo Armeno: uno dei più dimenticati

220px-Dead_Armenian_girl_in_Aleppo_desertAssadakah – Centro Italo-Arabo e del Mediterraneo – esprime solidarietà al Popolo armeno, riconosce quel passato iniziato in sordina e sospeso nel silenzio generale.

Un Genocidio consumato dentro i confini del decadente Impero Ottomano, brutalità pesantissime rimaste nell’ombra, lontano dal Monte Ararat, a molti chilometri di distanza dall’Armenia storica, a Costantinopoli dove vennero eseguiti i primi arresti tra l’èlite culturale armena, nelle case degli intellettuali, degli scrittori e dei poeti. Cristiani in terra musulmana deportati in direzione dei deserti di Siria e Mesopotamia settentrionale. La marcia verso la regione aridissima di Deir al Zor, in Siria, verso Aleppo dove avveniva lo smistamento per il deserto per centinaia di famiglie ammassate in primitive baracche prive di tutto. Viaggi verso il nulla senza acqua e cibo, lasciati morire di stenti e malattie.

I dirigenti del Partito dei Giovani Turchi e dei funzionari di polizia spalleggiati dalle bande curde si arricchirono confiscando i beni mobili e immobili degli armeni, attuarono perlustrazioni nelle province di Erzerum, Bitlis, Van, Diyarbakir, Trebisonda, Sivas, Kharput allo scopo di cancellare e disperdere tutta la comunità armena colta e ricca. Massacrarono donne, anziani e bambini. Il turco Djevdet Bey, detto il maniscalco di Bashkalè, governatore di Van, fece inchiodare ai piedi delle vittime ferri di cavallo.

La legge del 10 giugno 1915 stabiliva che tutte le proprietà appartenenti agli armeni deportati fossero confiscate con la definizione di “beni abbandonati” (emvali metruke); furono distrutte sistematicamente case, chiese, monasteri e scuole. Taalat Pascià, uno dei tre leader del Partito dei Giovani Turchi, si procurò la lista delle persone più ricche che avevano stipulato un’assicurazione sulla vita, in modo da consentire al Governo di incassare gli utili delle polizze. Il Partito dei Giovani Turchi fondato da E. Pascià, T. Pascià, A. Jemal si forma con l’intento di unificare etnicamente e religiosamente l’Impero in crisi, di espandere i confini verso Oriente, in direzione della Persia, del Caucaso e delle immense regioni asiatiche centrali abitate da popoli linguisticamente ed etnicamente affini al popolo anatolico. L’annientamento del popolo armeno fu evitato solo perché una parte riuscì a trovare rifugio in Siria e nel Paese dei Cedri, il Libano, dove sono chiamati Lipana-Hye. Gli armeni dell’Armenia sono Hyeastansei, e quelli dell’Iran Parska-Hye.

Prima di diventare sudditi dell’Impero Ottomano, alla fine XIV secolo (301), gli Armeni si convertirono al cristianesimo grazie a San Gregorio Illuminatore. Successivamente, nel 639, subirono le conseguenze delle continue guerre di conquista nella regione di frontiera tra l’impero arabo-islamico e quello bizantino. Nel 1071 furono incorporati nell’impero Selgiuchide – turchi islamizzati – dominio che includeva l’Anatolia, oltre a parti dell’Asia Centrale.

Le prime fasi della persecuzione del popolo armeno risalgono al declino dell’Impero Ottomano (1894-1896), con l’ultimo sovrano Abd ul-Hamid II, detto anche il Sultano rosso o sanguinario, che, temendo la dissoluzione dell’Impero per l’incapacità ad affrontare le nuove sfide delle grandi potenze occidentali, per motivi economici interni relativi al suo operato e a quello dei suoi predecessori, scaricò sulla comunità armena la responsabilità dei fallimenti del governo.

Abd ul-Hamid II emanò alcune leggi per isolare gli armeni dalla vita civile e renderli i più emarginati dell’Impero, dando inizio ad un atteggiamento di diffidenza nei loro confronti. Alla base c’era anche una motivazione ideologica orientata a creare un impero turco abitato da popolazioni con la stessa origine. Inoltre, la comunità armena era vista come una possibile alleata dell’Impero Russo, tradizionale nemico storico dell’Impero Ottomano.

Almeno un milione e cinquecentomila armeni sono morti, e moltissimi sono stati sradicati dal proprio territorio e sparpagliati nei diversi paesi del mondo. Il genocidio fu riconosciuto nel 1985 dalla sottocommissione dei diritti umani dell’ONU e nel 1987 dal Parlamento Europeo; attualmente, i paesi che riconoscono il massacro armeno sono 20. Dal 1991 l’Armenia è diventata un paese indipendente ed è impegnata nell’integrazione con le istituzioni europee, aderendo al programma Partnership for Peace della NATO, al Consiglio d’Europa e all’Organizzazione mondiale del commercio (WTO). Nel mese di aprile la casa editrice İletişim ha pubblicato “Il Genocidio Armeno” di Raymond H. Kévorkian, riguardante la questione armena e presentato come lo studio più ampio realizzato sulla questione.

L’Armenia riceve molte dimostrazioni di simpatia internazionale. Lo scorso anno, la capitale della Repubblica Armena, Yerevan, ha ospitato numerose delegazioni da tutto il mondo in occasione delle celebrazioni per il centenario del genocidio, e ricevuto messaggi dal portavoce del Dipartimento di Stato USA, M. Harf e dal Segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon.

Il presidente Serzh Sargsian ha deposto una corona di fiori davanti al memoriale di Tsitsernakaberd, presenti alla cerimonia il presidente cipriota Nikos Anastasiades, la delegazione serba, il presidente Putin e il presidente Hollande. Il Premier russo ha dichiarato che “nulla può giustificare i massacri di massa”, il Premier francese ha ricordato la comunità armena che vive in Francia, ha sottolineato che “commemorare un genocidio non significa aprire un processo” ma “evocare la sofferenza e la pena dei sopravvissuti e dei loro figli […] [e] riconoscere una tragedia che con la sua vastità ha colpito l’intera umanità”.

In ricordo del martirio armeno, nella Basilica Vaticana, il 12 aprile 2015, il Papa ha concelebrato la messa con Nerses Bedros XIX Tarmouni, Patriarca di Cilicia degli Armeni Cattolici, con Karekin II, Supremo Patriarca e Catholicos di tutti gli Armeni, con Catholicos Aram I, che guida il Catholicosato della grande Casa di Cilicia, con sede in Libano ad Antelias. Durante la cerimonia, ha proclamato San Gregorio di Narek, che segna con la sua importante attività un raro momento di pace per l’Armenia, 36° dottore della Chiesa.

Il Papa ha parlato di “tragico evento, immane e folle sterminio, che i vostri antenati hanno crudelmente patito”, auspicando “che si riprenda il cammino di riconciliazione tra il popolo armeno e quello turco, e la pace sorga anche nel Nagorno Karabakh”: attenzioni del Pontefice rivolte a quelle persone morte tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, colpevoli di appartenere ad una etnia e ad una cultura diversa. Parole che hanno suscitato una forte reazione di Ankara.

Dopo che il Papa ha definito il massacro del popolo armeno “il primo genocidio del XX secolo”, è stato convocato l’ambasciatore del Vaticano presso il ministero degli Esteri turco, e richiamato l’ambasciatore turco presso la Santa Sede per consultazioni.

L’Hurriyet online ha riportato le parole del Presidente Erdogan “Avverto il Papa di non ripetere questo errore […]. Quando dirigenti politici, religiosi, assumono il compito degli storici, ne deriva delirio, non fatti”; le parole di Bergoglio “mostrano una mentalità diversa da quella di un leader religioso”.

Una delle cause di tensione tra l’Unione Europea e la Turchia è che il governo rifiuta di riconoscere il Genocidio. Dopo lunghi anni, il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione non vincolante con cui chiede al Governo turco di continuare i suoi sforzi per il riconoscimento del Genocidio armeno. Gli eurodeputati hanno chiesto l’apertura degli archivi per accertare i fatti del passato. Armenia e Turchia dovrebbero approfittare del Centenario per rinnovare le relazioni diplomatiche, aprire i confini e levigare le vie per una integrazione.

Lorenzo Cesa, europarlamentare del PPE, ha puntualizzato: “l’obiettivo dell’Europa è che continui il dialogo con la Turchia”. Sulla questione è intervenuto anche il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni:La durezza dei toni turchi non mi pare giustificata, anche tenendo conto del fatto che 15 anni fa Giovanni Paolo II si era espresso in modo analogo. L’Italia ha più volte espresso solidarietà e vicinanza al popolo e al governo armeno per le vittime e le sofferenze inflitte 100 anni fa. Sul riconoscimento giuridico del Genocidio abbiamo sempre invitato i due paesi amici Armenia e Turchia a dialogare per evitare che questa situazione ostacoli un rasserenamento delle relazioni”.

La responsabilità politica del Genocidio è stata riconosciuta dalla Conferenza di Pace di Parigi del 1920, è da attribuire al Sultano Abd ul-Hamid II, a Mustafa Kemal Ataturk e, come appartenenti al partito dei Giovani Turchi, a Enver Pascià, a Taalat Pascià e ad Ahmed Jemal.

Armin T. Wegner è stato testimone oculare dello sterminio armeno. Inviato in Medio Oriente come membro del servizio sanitario tedesco, nel quadro dell’alleanza tedesco-turca durante la prima guerra mondiale, riuscì a scattare centinaia di fotografie nei campi dei deportati armeni, nonostante il divieto assoluto. Le sue foto rimangono ancora oggi testimonianze storiche preziose. Raccolse appunti, scrisse un diario e riuscì a far recapitare parte di quel materiale in Gemania e negli Stati Uniti.

Armin T. Wegner scriveva: “I malati e i vecchi, nonché i bambini cadevano lungo la strada per non rialzarsi più. Delle donne sul punto di partorire, erano obbligate sotto la minaccia delle baionette o della frusta di andare avanti fino al momento del parto, poi venivano abbandonate sulla strada per morirvi d’emorragia. Le ragazze più attraenti venivano ripetutamente violentate. E quelle che potevano si suicidavano. Delle madri divenute folli gettavano i loro figli nel fiume per porre fine alla loro sofferenza. Centinaia di migliaia di donne e bambini soccombevano a causa della fame e della sete”.

Nel 1916 l’attività clandestina di Wegner venne scoperta, venne espulso dalla Turchia, tornò in Germania organizzò dibattiti divulgativi. Inviò una lettera aperta al Presidente degli Stati Uniti per segnalare lo sterminio. Successivamente venne arrestato dalla Gestapo, torturato e liberato si rifugiò in Italia dove visse fino alla fine.

Nel 1965 è stato riconosciuto a livello internazionale il suo ruolo di testimone del Genocidio armeno e di difensore dei diritti dei popoli.

A Yerevan nel 1968 è stato insignito del titolo di “Giusto tra le Nazioni”e nella capitale armena le sue ceneri sono state tumulate nel “Muro della memoria”. Una strada porta il suo nome.

Scrivere dovrebbe aiutare a mettere ordine, e allo stesso tempo ricordare al mondo distratto le altre stragi nell’Africa tedesca del Sud-Ovest (1904-1907), in Ucraina, la guerra civile in Nigeria, in Ruanda e Darfur, il massacro in Bosnia e la Shoà.

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