Viaggio nella Diaspora Armena in Libano e Siria. Talal Khrais, Paola Angelini

Dopo 101 anni dal Genocidio, i sopravvissuti raccontano il terribile sterminio.  Manifestazioni e celebrazioni in Libano e Siria terra della Diaspora. Abbiamo incontrato gli armeni della diaspora sia in Siria che in Libano: in questi giorni, ricordano il passato e guardano al futuro. Quasi tutti ringraziano il Santo Padre, che ha avuto il coraggio di chiamare con il vero nome la tragedia del popolo armeno: Genocidio.

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Non potendo partecipare, come in passato, alle celebrazione dei 101 anni del Genocidio Armeno a Yeravan (eravamo altrove, in Siria), con altri colleghi abbiamo comunque voluto trasmettere con forza la voce e i sentimenti del popolo della diaspora.

Siamo stati, doverosamente, insieme agli armeni in Libano e Siria. La nostra missione è iniziata il 22 Aprile a Damasco, dove, malgrado la difficile situazione, fervevano i preparativi per commemorare i martiri del 24 Aprile. Oggi siamo in Libano, dove ancora ci sono testimoni di quel terribile genocidio.

L’anno scorso, grazie ai colleghi di Armenpress, siamo riusciti a incontrare diversi testimoni, tra cui Khostor Frangyan, 105 anni. È uno dei 20 sopravvissuti riusciti a salvarsi dal massacro perpetrato da Talat Pasha, l’ideologo dei Giovani Turchi, con l’intento di unificare etnicamente e religiosamente l’Impero in crisi, ed espandere i confini verso Oriente.

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Oggi, 24 aprile, è il centunesimo anniversario del Genocidio. Essere in Libano e Siria non vuole dire essere lontani dalla giovane Repubblica Armena, visto il gran numero di armeni presenti nei due Paesi: è il popolo della Diaspora, originario dell’Anatolia, terra dove furono commessi i più orrendi massacri agli inizi del secolo scorso.

Il nostro viaggio è iniziato intorno alle 8 del mattino a Anjar, nella valle della Beka, a ridosso con il confine siriano. In questo luogo la popolazione è vittima della seconda diaspora armena. Parliamo con i cittadini di Anjar, e inevitabilmente i ricordi riportano al 1938: “Tornammo nei villaggi e i turchi avevano consegnato i territori ai francesi”. Gli armeni della seconda diaspora erano proprietari di terreni e di qualche capo di bestiame, erano benestanti e i turchi sequestrarono tutto: “Per tentare la salvezza scappammo a piedi in Siria e i francesi ci radunarono in un campo profughi vicino a Kessab, in Siria”. Migliaia di loro furono annientati dalla malaria, e in Libano si temeva l’espansione dell’epidemia, per cui non vennero concessi permessi di ingresso nel territorio. Intervennero i francesi, che distribuirono dosi di chinino ed elargirono alcune terre ad Anjar, località libanese al confine con la Siria.

Harout racconta: “Abbiamo resistito come veri eroi, ma i turchi avevano mezzi potenti per le deboli forze armene: molte persone sono cadute combattendo, molti sono stati uccisi, altri trucidati, i loro cadaveri furono gettati in un fiume”. In Cilicia, nel 1909, vennero sterminate altre 30.000 persone.

Racconta Aram: “La fortuna è la volontà del popolo armeno e la sua audacia. Il mondo intero chiede giustizia ed esprime la massima solidarietà con il popolo armeno”.

Il leader cristiano Samir Geagea, durante la manifestazione, per ricordare le vittime ha detto: “La Chiesa cattolica e ortodossa aveva un ruolo determinante nel risvegliare la coscienza mondiale. Quando Papa Francesco arriverà in Armenia, il prossimo 24 giugno, non troverà solo la prima nazione al mondo ad avere abbracciato il Vangelo. Gli armeni si sono convertiti al cristianesimo all’inizio del IV secolo, grazie all’opera di San Gregorio Illuminatore, e questa religione è un principio della loro identità. Il Pontefice troverà anche una parte di quell’umanità sofferente con cui ha preso contatto nel suo ultimo viaggio a Lesbo”.

L’Armenia è un piccolo paese con tre milioni di abitanti orgogliosi e generosi. Dopo l’inizio del conflitto siriano, iniziato cinque anni fa, l’Armenia ha accolto oltre 20mila rifugiati. Molte cose vengono alla luce grazie alla raccolta di dati e testimonianze: Nel pomeriggio abbiamo visitato il quartiere di Borj. Borj Hammoud, quartiere fondato dagli armeni che raggiunsero Beirut nel 1915 dopo il Genocidio, dopo il collasso dell’Impero Ottomano. Ottennero il diritto di costruire accampamenti e baracche nella periferia est, vicino il fiume Beirut. Molti degli edifici costruiti in quel periodo sono ancora presenti.

Dora, cittadina a maggioranza armena, ha organizzato comizi e incontri per ricordare il 24 aprile.

Le Forze Politiche Armene presenti in Libano, pur essendo molto diverse tra loro, sono unite nella verità e nell’esigenza del riconoscimento del Genocidio da parte del Governo Turco.

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La giornata si è conclusa con un’affollatissima manifestazione nella Piazza dei Martiri di Beirut. Mai vista tanta gente: hanno partecipato attivamente persone di tutte le età, uomini e donne arrivati da tutto il Libano per scuotere le coscienze internazionali.

Ashod Bakradonyan, giovane armeno organizzatore dell’incontro, racconta che “dopo un anno dal Centenario del Genocidio del Popolo armeno, cresce il numero dei giovani armeni consapevoli della loro causa, cresce il numero dei giovani libanesi che condividono il nostro dolore, e siamo qui per ricordare anche i martiri del Libano e della Siria”.

Un saluto in lingua araba a nome delle parti armene in Libano: il Tashnak rappresentato da Hagob Bakradonyan, con l’Hinthag rappresentato da Hagob Habatyan e il Ramgavar rappresentato da Kirakos Kouyoumjjan. I tre leader armeni hanno stigmatizzato la posizione politica della Turchia nei confronti del popolo Armeno. Parallelamente, è stato segnalato il sostegno dato all’Azerbaijan che ha aggredito il pacifico popolo del Nagorno Karabah.

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