La Siria cinque anni dopo:un paese ancora in guerra, di Ugo Tramballi

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Per capire che la Siria è in guerra da cinque anni, che il conflitto ha le sembianze complesse di una piccola guerra mondiale affollata di protagonisti e comprimari, e che la tregua è un fragile schermo di speranza, bisogna uscire da Damasco. In città non c’è apparentemente nulla che faccia pensare a tutto questo, se non le immagini di Bashar al-Assad in divisa, ovunque, molto più numerose in tempo di guerra che in pace.

La città sembra solo alle prese con le sue quotidiane nevrosi urbane: il traffico caotico delle ore di punta, facendo però attenzione a risparmiare la benzina che scarseggia; la ricerca di un parcheggio, sapendo che ora, con così tanti agenti per strada, è impossibile evitare i controlli; i giovani che escono la sera anche se si risparmia sull’illuminazione stradale; i ristoranti pieni, almeno quelli frequentati dalla borghesia mercantile e dall’apparato del regime. C’è musica nell’aria, anche se tutti tendono un orecchio nel caso torni il sibilo dei colpi di mortaio in arrivo dai quartieri di Jobar e Yamouk, controllati dai ribelli, dallo Stato islamico (Is o Daesh) e dai qaidisti di Jabhat al-Nusra, a cinque chilometri dal centro.

E’ tutto piuttosto forzato ma c’è la sembianza di uno stato e di una quotidianità. Tuttavia è uscendo da Damasco che si capisce come la città appena lasciata viva una realtà sospesa. Gli effetti del conflitto sono visibili pochi chilometri fuori Damasco in direzione nord, verso Homs e Aleppo. L’autostrada è interrotta in alcuni punti. Per aggirare la parte sotto il tiro dei nemici del regime, bisogna percorrere alcuni chilometri di strade minori. Grazie all’intervento militare russo, Bashar al-Assad ha notevolmente migliorato le sue posizioni sul terreno: la fascia costiera settentrionale, alcune città importanti e la parte più popolata del paese sono sotto il suo controllo. Ma l’enclave ha frontiere irregolari.

Da che è scattata la tregua non c’è molto pericolo ma l’autostrada nord-sud che rappresentava la colonna vertebrale dell’economia siriana, è vuota: mancano i commerci, gli autotreni sono pochi, le persone viaggiano solo se è strettamente necessario. Sembrano deserti anche i villaggi e le campagne ai lati dell’autostrada.

Palmyra, Qaryatayn, le altre città e i villaggi liberati da poco dopo la lunga occupazione dei miliziani dell’Is, sono spettrali. I siriani, i loro alleati iraniani e libanesi Hezbollah da terra e l’aviazione russa non hanno risparmiato mezzi per scacciare gli uomini del Califfato e questi ultimi non se ne sono andati prima di lasciare distruzioni indicibili. Quando la guerra finirà, occorreranno anni per la ricostruzione. Ma quel momento non è vicino, nonostante gli sforzi di Staffan de Mistura, il negoziatore Onu. Questa piccola guerra mondiale è fatta di tre conflitti: lo scontro civile siriano fra il regime di Assad e i suoi oppositori, quello regionale istigato e spesso combattuto dalle potenze mediorientali, la concorrenza fra Russia e America insieme ai suoi alleati europei.

Come sostiene Dmitri Trenin del Carnegie Moscow Center, “l’operazione russa in Siria pone una nuova sfida all’ordine dominato dagli Usa. Mosca ha rotto un monopolio americano del dopo-Guerra fredda riguardo all’uso globale della forza, e ha inscenato uno spettacolare ritorno geopolitico in una regione che aveva abbandonato negli anni finali dell’Unione Sovietica”.

Trenin coglie il punto dell’intervento russo in Siria, che non riguarda necessariamente la salvezza di Bashar al-Assad e relativamente la sconfitta dell’Is, ma la salvaguardia di un regime amico che garantisca in futuro la presenza russa nella regione. Per questo a Putin non serve una Siria interamente liberata: basta un’enclave ben protetta. Assad, i suoi alleati iraniani e libanesi sciiti lo sanno: a Damasco e nelle città liberate non ci sono quelle manifestazioni di affetto e riconoscenza verso i russi, che ci si attenderebbe di vedere.

Ma in questa competizione internazionale che fa da ombrello agli altri due conflitti siriani, il vello d’oro è la sconfitta dell’Is: una conquista più propagandistica che strategico-militare. Chi avrà sconfitto Daesh e ne avrà sradicato il controllo territoriale, avrà il mondo intero riconoscente. La liberazione di Palmyra è stato un grande successo militare russo. Come ammetteva un alto dirigente dl Hezbollah a Damasco, Palmyra è stata liberata al 60% dall’aviazione russa, al 40% dai siriani e dagli altri alleati. Ma è stato soprattutto un trionfo internazionale d’immagine. Vladimir Putin in Siria non fa più di quanto faccia Barack Obama: bombardamenti dal cielo che hanno annullato la possibilità di concentrare le forze e la mobilità delle milizie di Daesh, e interventi mirati di forze speciali che impediscono ai capi di prendere il comando delle loro forze. Ma il presidente russo ha saputo vendere meglio la sua mercanzia.

Sebbene nella guerra siriana ci sia ancora il nodo di Aleppo, la seconda città del paese che continua ad essere contesa fra regime, Esercito libero, qaedisti di al-Nusra e Daesh; nonostante ci siano decine di villaggi e aree a macchia di leopardo, dove tutti combattono contro tutti e chi assedia da una parte è assediato da un’altra, si definisce sempre di più il grande obiettivo del conflitto: la corsa all’oro per la liberazione di Raqqa in Siria e di Mosul in Iraq – le due capitali di Daesh – è già incominciata.

Con l’aiuto russo, i governativi e i loro alleati regionali si stanno avvicinando alla città da Sud: se conquistano Aleppo, avranno la strada spianata per Raqqa. A nord i curdi siriani sostenuti dagli americani ma osteggiati dai turchi, sono ancora più vicini: una trentina di chilometri. Anche di questo nuovo fronte decisivo il problema delle due prime linee sono le retrovie. Tecnicamente sul piano militare gli islamisti sono un nemico tutt’altro che invincibile. Ma politicamente gli alleati dei russi e quelli degli americani frenano perché la domanda irrisolta di questo conflitto da quando è diventato triplice e così complesso, è sempre la stessa: chi occuperà il vuoto lasciato da Daesh, quando sarà sconfitto? La risposta è fondamentale al punto che il fenomeno islamista sta sopravvivendo più di quanto abbia la forza di resistere.

Per questo è ora fondamentale capire se la corsa all’oro verso Daesh sia una marcia organizzata, compiuta in collaborazione e con uno scopo condiviso. O se quella fra Russia e Stati Uniti sia una gara fra chi arriverà per primo.

Il Sole 24 Ore

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