La Russia in Siria: l’ISIS in rotta, l’Occidente in imbarazzo

Bogdana Ivanova, Mosca
Jafar Mhanna, Latakia
Talal Khrais, Roma

I colleghi presenti in varie provincie siriane definiscono l’ISIS (lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, o Daesh) un esercito di cartone, un’armata di marionette che crollano di fronte ai raid russi, ora, così come crollano di fronte ai combattenti di Hezbollah e dell’Esercito Siriano quando questi si presentano insieme nel Qusseir e nel Qalamoun (abbiamo assistito di recente al crollo della roccaforte dei gruppi takfiristi a Zabadane).

Siamo appena alla seconda settimana della guerra dichiarata dalla Russia ai terroristi, e questi fuggono in massa, lasciando dietro di loro una scia di cadaveri, rifugi distrutti e depositi di armamenti annichiliti.

Facevano tremare il mondo trasmettendo immagini efferate e ora chiedono aiuto. Il loro aiutante più generoso, il governo turco, è rabbiosamente disperato perché non è più in grado di fornire i mezzi necessari ai vari gruppi di estremisti e mercenari. Anche i governanti e le grandi redazioni giornalistiche dell’Occidente sono su tutte le furie, ma non si capisce perché, stando alle loro roboanti dichiarazioni degli ultimi due anni. Non volevano forse combattere l’ISIS? Dove sono finiti i 4000 raid compiuti in un anno?

Da quando la Russia è in campo, si sono ridotti del 90% gli attentati suicidi. La Russia colpisce e i terroristi fuggono.

Non si capisce, tanto per cambiare, cosa voglia fare davvero l’Italia, a parte buttare via le risorse destinate alla sanità e ai pensionati per assecondare le dispendiose avventure militari americane. «Sbaglia chi vorrebbe appaltare totalmente la questione alla Russia e ai suoi alleati», «Se qualcuno pensa di risolvere il problema della Siria, dicendo “mi alzo e decidiamo di fare i bombardamenti”, io dico auguri e in bocca al lupo, ma non risolverà il problema». Così si è espresso il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, in Aula alla Camera,per le comunicazioni in vista del Consiglio Europeo del 15 e 16 ottobre. I problemi internazionali «non si risolvono con soluzioni spot,la Libia sta lì a dimostrarlo, ma costruendo condizioni di dialogo le più ampie possibili». Quali? Mistero fitto. Ma è inutile soffermarci troppo su quel che dice Renzi.

Parole più comprensibili invece da parte del ministro della Difesa Roberta Pinotti: «ritengo che sia incredibile e insensato immaginare che non si faccia tutti assieme una coalizione per combattere il terrorismo fondamentalista». Lo ha dichiarato in un’intervista a Radio24 in cui si è fatto ampio riferimento alla collaborazione USA-Russia in Siria. Roberta Pinotti arriva a pronunciare una frase che per troppi mesi i ministri dei Paesi NATO non osavano pronunciare: «senza dialogo con la Russia le crisi principali non si risolvono». Pinotti ha ricordato che in Siria «c’è stato uno stallo per quattro anni e mezzo che è costato 200.000 vittime. Mi pare che oggi ci sia una maggiore comprensione del fatto che Assad non possa essere il futuro del Paese, ma in ogni caso bisogna partire dalla situazione attuale». Se non si ha idea della transizione politica, afferma ancora Pinotti, «di che cosa succede dopo, bombardare in sé e per sé non serve a niente. Sono per primi i militari a dire che l’uso della forza è inutile se non hai un prima, un dopo e un perché». Quasi quindici anni di guerre occidentali condotte senza questo tipo di coerenza fra mezzi e obiettivi politici – dall’Afghanistan, al Vicino Oriente, al Nord Africa, fino all’Ucraina – sono state smascherate dalla scelta russa, accompagnata da un’offensiva a tutto campo per una soluzione politica delle crisi. I trucchi propagandistici, di fronte alla nuda verità dei fatti e al cospetto dei propri risultati militari fallimentari, durano lo spazio di qualche lancio di agenzia.

I portavoce russi hanno perciò buon gioco a esortare gli Stati Uniti a «non raccontare favole sui missili da crociera russi che sarebbero caduti, ma ci spieghino piuttosto dei loro Suv», ovvero da dove vengano mai «quei Suv Toyota ancora freschi di fabbrica sui quali scorrazzano i terroristi dell’Isis». Secondo la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova «fonti anonime hanno commentato la caduta di missili da crociera sul suolo iraniano, ma non si capacitano da dove la marmaglia dell’Isis abbia preso i Suv Toyota». La Zakharova non ha risparmiato l’uso dell’ironia: «La questione non riguarda solo i Suv: quello che sono e da dove vengono lo si sa benissimo. Di sicuro non è l’Isis a produrli».

I funzionari Usa hanno reagito a un video di propaganda dell’Isis che mostrava centinaia di Suv e pick up Toyota che sfilavano attraverso la Libia, la Siria e l’Iraq, chiedendo risposte alla casa automobilistica giapponese. I funzionari antiterrorismo presso il Dipartimento del Tesoro Usa stanno lavorando con il gigante automobilistico giapponese per capire in che modo i terroristi siano venuti in possesso di camion Toyota Hilux e Land Cruiser, di cui fanno così tanto sfoggio nei loro video, secondo quanto riferito da ABC News. Pur chiarendo di non essere a conoscenza di come ISIS abbia messo le mani sui veicoli, la Toyota si dichiara impegnata a rispondere alla richiesta del Tesoro statunitense. Non sia mai che un’autorità statunitense sanzioni un colosso automobilistico della concorrenza, avranno pensato, con il ricordo fresco della Volkswagen. La guerra prende strade e bersagli inattesi, a volte.

Intanto Mosca e Washington torneranno a discutere di sicurezza aerea in Siria, dopo che sabato scorso due velivoli russi e altrettanti americani sono entrati in contatto visivo, a una distanza di sole 10-20 miglia. Stando a quanto riferito dal colonnello Steve Warren, portavoce della coalizione internazionale a guida USA contro l’ISIS, i velivoli si sono subito ritirati e non ci sono stati incidenti.

«Anche se continuiamo a non essere d’accordo sulla politica da seguire in Siria, dovremmo almeno essere in grado di garantire la sicurezza dei nostri uomini», ha detto il capo del Pentagono Ash Carter, annunciando per un terzo round di colloqui con la Russia. Quando dice «nostri uomini», Carter intende certo riferirsi al personale militare regolare. Ma se osserviamo il disappunto occidentale per la potenza dell’attuale intervento russo, e il contemporaneo danno sopportato dalla manovalanza takfirista in fuga verso altri lidi, l’espressione «nostri uomini» ha un’ombra ambigua.

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