I BELONG TO, 19 maggio 2016: Intervento di Paolo Matthiae, l’archeologo di Ebla

Paola Angelini, Roma

home_tavolettaL’archeologo Paolo Matthiae è stato nominato Cavaliere di Gran Croce (la più alta onorificenza italiana) nel 1995 dal Presidente della Repubblica. Insignito del Merito Siriano, ha scoperto il sito di Ebla nel 1963, e ne ha diretto gli scavi fino al 2010, anno in cui sono stati interrotti per la guerra civile siriana.

Ringrazio molto di questa iniziativa che ritengo felicissima.
Mentre a proposito della crisi siriana si parla quasi sempre di opposizioni di religione, di fede, di credo, la realtà è sicuramente molto diversa, e sono veramente commosso nel sentire che autorevoli rappresentanti di due religioni che si pretende essere sempre in contrasto, e che certamente dei contrasti hanno avuto in passato, dicano parole che largamente condivido. Credo molto importante che ci siano delle testimonianze autorevoli sul fatto che la convivenza in un paese come la Siria, come possono confermare tutti quelli che come me hanno conosciuto questo paese per 50 anni (non di fila, ma per diversi mesi lungo 50 anni), una frase che mi è rimasta sempre nella mente che suonava semplicissima e che mi colpiva fortemente: a Damasco risiede la dignità e l’onore del popolo arabo. Questa frase fa effetto: noi non siamo più abituati a sentir parlare di dignità e di onore. Solo un paese antichissimo come la Siria può sentire ancora la dignità e l’onore in pieno. Non è un complimento agli amici siriani, ma in un villaggio vicino alla città di Ebla si sentiva questa normalissima convivenza tra persone di fedi completamente diverse. Come sapete sono un occidentale, fiero di molti valori dell’occidente, con un grandissimo rispetto per la religione nella quale sono cresciuto e un grandissimo rispetto per le altre religioni del pianeta, devo dire tutte. Quando ero molto più giovane ero stupito e commosso nel vedere gli operai del mio villaggio che quando arrivava un frate francescano lo stavano ad ascoltare sempre con grande rispetto. Ho imparato che ci sono dei problemi per noi occidentali con l’Altro (con la “a” maiuscola), con quelli che sono alterità per noi. Diciamo sempre che bisogna essere tolleranti con gli altri, verso l’altro. Io sostengo che questa è una brutta parola: sembra bella, la tolleranza, ma è brutta perché significa che è qualcosa come la sopportazione. Sono orgoglioso di me stesso, della mia ideologia, della mia fede, e gli altri, se sono tra virgolette “buoni”, li tollero. Sostengo invece che bisogna fare un passo avanti, e francamente due: voglio dire, non tolleranza, ma rispetto per l’altro. Ma questo è il minimo, non è il massimo: con il crescere dell’età, dico sempre con più forza che bisogna avere, non tolleranza, ma rispetto e anche ammirazione. Perché anche ciò che è completamente altro da noi, in cui noi comunque riconosciamo dei valori, è un sistema di valori che per noi può essere difficile capire, ma che contiene ricchezze per l’umanità. È stato ricordato che ci sono delle correnti dell’Islam che condannano la rappresentazione umana e degli esseri viventi, ma studiando – perché bisogna studiare per conoscere l’altro – ho scoperto che ci sono stati dei grandi Sultani nell’India Moghul, fuori dell’Europa, in tempi in cui noi avevamo grandi personaggi del nostro Rinascimento (nostri grandi personaggi della famiglia Medici, per esempio, o anche del papato) che ci sembrano luminari, ed erano molto più avanti nell’India Moghul islamica. Secondo alcune testimonianze, uno di quei Sultani, che aveva una grande Accademia di pittori, diceva: so che tra coloro che hanno la mia stessa fede ci sono persone che condannano l’arte che io amo tanto, ma queste persone sono in errore, perché è chiaro che se ci sono dei grandi artisti alla mia corte che rappresentano in maniera così straordinaria la figura umana c’è una sola spiegazione. Questi artisti devono essere vicinissimi a Dio, loro sono veramente partecipi della nostra fede. Probabilmente, Lorenzo de’ Medici queste parole non le avrebbe mai dette.
Trovo la testimonianza dell’Imami straordinariamente interessante: le opere dell’arte sono le opere del talento umano, e mi pare che lui le abbia chiamate “segni divini”. Da occidentale sono completamente d’accordo, mi sembra che sia proprio la stessa voce.
Quindi, tornando alla Siria che amiamo molto, vorrei dire: che cosa stiamo perdendo del patrimonio culturale della Siria? Le Chiese cristiane, le moschee sciite, i santuari sunniti. Cosa si combatte? Non si combatte, come dice qualche nostro uomo politico, la cultura, ma qualcosa di molto più importante ancora, che è la stratificazione della cultura. Non si vuole assolutamente che ci siano dei popoli antichissimi che abbiano avuto una stratificazione culturale e che attraverso questa sedimentazione culturale siano maturati. La diversità culturale è una grande ricchezza, e sia i laici occidentali, sia i credenti dell’Occidente e dell’Oriente devono essere profondamente convinti che la diversità culturale è una straordinaria ricchezza.
Io credo che se si ha la fede si può dire che questi segni della cultura sono segni divini. Lo diceva questo sultano Moghul, lo dice oggi l’Imami Abou Fadal, e io concordo: sono segni della piena umanità, sono modi diversi di dire la stessa cosa. Noi non dobbiamo combattere in nessun modo a favore di una monocultura. Vi sembrerà stranissimo, ma se questi pretesi califfi (che è un insulto per il califfato islamico) pretendono di avere in Siria e in Iraq una monocultura piatta, noi occidentali dobbiamo pensare che non è molto diverso da ciò che l’Occidente molte volte ha fatto e fa, volendo che tutto il pianeta sia omologato e omogeneizzato verso una cultura che noi riteniamo una cultura, ma che è essenzialmente tecnologia, poco cultura, e di fatto una monocultura.
Io sono affascinato dal sentire che personalità autorevoli dicono che gran parte, se non tutto, della crisi siriana dipende certamente e larghissimamente dal mercato delle armi. E lo ha detto, in maniera solo appena velata, la più alta autorità religiosa che noi abbiamo in questa città. Sono laico, ma quando ho sentito Papa Francesco nel primo discorso fatto appena eletto (conosco abbastanza il grande Francesco), ho capito subito perché ha assunto quel nome. È strano che in due millenni nessun Papa abbia pensato di assumere il nome di questo Santo straordinario, straordinariamente umile, che vi ricordo fu accolto dal Sultano d’Egitto come un grande saggio, e fu posto a confronto con i dotti dell’Islam, e fu congedato con ogni onore. Papa Francesco fin dall’inizio ha detto: l’umanità deve fare attenzione ai poveri, alla pace e alla natura. Raramente, un Papa della Chiesa di Roma ha detto queste tre cose, che sono veramente la predicazione del grande Francesco d’Assisi, che era capace senza nessun ornamento di presentarsi al Sultano d’Egitto e di farsi rispettare ed essere considerato comunque un uomo straordinario.
Mi avete chiamato, e io sono stato felicissimo di aderire, per parlare di quello di cui mi occupo e di cui mi sono occupato per tutta la vita, cioè di quello che l’uomo ha fatto nei secoli, e in realtà, in una terra come la Siria, per millenni. Siamo tutti d’accordo, e possiamo dirlo in forma più laica o più religiosa: le opere dell’arte dell’uomo sono veramente segni divini. Come si può arrivare a distruggere le opere dell’uomo, che sono opere che avvicinano l’uomo al mondo divino? Queste distruzioni sono avvenute nella storia, e l’umanità è colpevole di massacri del patrimonio culturale che non riusciamo nemmeno a immaginare. Un grande scrittore arabo disse che, quando Bagdad fu conquistata nel 258, il Tigri era rosso del sangue delle vittime e nero dell’inchiostro dei manoscritti. Significa che c’era tanta umanità sacrificata a Baghdad, e c’era tanta scienza, che il mondo arabo, il mondo islamico ha conservato per l’Occidente. Ci sono filosofi che noi in un certo modo veneriamo del mondo greco, e che non avremmo senza il mondo islamico, e anche senza il mondo ebraico. Allora il patrimonio culturale è un tesoro straordinario dell’umanità che ha la strana virtù di essere il fondamento dell’identità delle nazioni e dei popoli, e quindi di appartenere molto specificamente a un singolo popolo, ma anche di essere qualcosa, come finalmente soltanto pochissimi decenni fa l’umanità si è resa conto, qualcosa che al tempo stesso appartiene all’umanità.
Questo è quello che appare da circa 60 anni nelle dichiarazioni e nelle convenzioni dell’Unesco: i beni del patrimonio culturale sono un valore mondiale, sono un valore universale. Quasi nessuno sa che, quando l’Unesco fu fondato nel dicembre del 1945, dopo tutti gli orrori  della seconda guerra mondiale, il testo che ha fondato l’Unesco dice esplicitamente che la politica e l’economia creano tensioni e possono creare contrasti tra le nazioni, mentre la cultura è il fondamento del dialogo, e deve essere il fondamento della pace, e questo, laicamente o religiosamente, non si può che condividere. Ha perfettamente ragione la Direttrice Generale dell’Unesco, Irina Bokova, che ha risposto a qualcuno che chiedeva giustamente: ma come, voi dell’Unesco vi preoccupate della cultura e del patrimonio culturale, con tante sofferenze umane? Chi faceva questa domanda aveva ragione, e la risposta è stata molto saggia: questi crimini contro l’umanità e contro il patrimonio sono entrambi crimini contro l’umanità, e sono inaccettabili e da porre sullo stesso piano. Naturalmente questo a noi pare strano, ma è così, perché noi non viviamo soltanto una vita vegetativa: qualunque sia la nostra fede o la nostra ideologia, abbiamo qualche cosa di spirituale che, se deprivati di quella parte che non è la nostra pura fisicità, ci fa sentire completamente dimezzati.
Io sostengo con fermezza che la catena, il vincolo di umanità, di natura e di cultura non può essere spezzata. Non può accadere in nessun modo che al popolo siriano del presente e del futuro, al popolo iracheno del presente e del futuro, sia restituita la pace, come certo avverrà – perché tutte le crisi, anche le peggiori, finiscono – lasciandogli devastato il loro paese, e nella natura e nella cultura, perché quel popolo sarebbe veramente dimezzato. Quindi noi dobbiamo fare tutto, con un grande impegno internazionale, perché al popolo siriano, al popolo iracheno e agli altri popoli del vicino Oriente, di cui noi in Occidente ci dimentichiamo completamente o quasi completamente – penso allo Yemen, e ci sono motivi per cui ce ne dimentichiamo, e l’Imami lo ha fatto capire, di cui nessuno parla; credo che tra di voi qualcuno si stia domandando che cosa succede nello Yemen: succedono tante cose brutte, molto simili a quelle che succedono in Siria è in Iraq –, a questi due popoli, dicevo, e a tutti quelli che soffrono oggi, dovrà essere restituito il più possibile il loro patrimonio culturale e il loro patrimonio naturale.
Una persona di uno dei villaggi della Siria, vicino a Ebla, non sa quando è vissuto Alessandro Magno o quando è vissuto il Sultano di Istanbul, ma io ho sempre constatato che tutti hanno un senso del loro passato molto più forte di quello che avrei mai immaginato. A questi popoli bisogna restituire il più possibile il loro passato.
Concludo con quello che io penso e dico normalmente, senza problemi, quando mi si chiede: ma che cosa si può fare per restituire questo patrimonio culturale che si sta perdendo? Bisogna essere molto chiari: soltanto per motivi politici, dopo che Palmira è stata liberata dalle Bande Nere dell’Isis Daesh, in Occidente si è fatta molta fatica a considerare con favore che questa era una liberazione di quella popolazione di 80.000 abitanti, quasi tutti fuggiti dalla cittadina di Darmor, adiacente alla collina di Palmira, e rallegrarsi che  forse si evitava di perdere ancora i monumenti di Palmira, che sono di una bellezza inimmaginabile, segni divini, effettivamente. Perché si è fatta fatica? Naturalmente perché hanno collaborato, alla liberazione di Palmira, forze che non sono apprezzate (diciamo così, con un eufemismo) dalle potenze occidentali. Si è arrivati, come spesso accade in questi casi, al ridicolo. Perché, lo dico con grande franchezza, sono stato a Bosra quando il maestro Riccardo Muti andò a fare una splendida cosa, uno spettacolo sensazionale. Credo che nessuno abbia detto, a Mosca: come si permette un grande direttore d’orchestra come Muti di andare a Bosra? Adesso, invece, quando i russi hanno organizzato uno splendido concerto nel teatro di Palmira, simbolico e colmo di significati, tutti hanno detto: orrore, il maestro Gergiev è andato a Palmira, e come si permette? Come si era permesso Muti di andare a Mosca? Non possiamo ragionare in questo modo, non possiamo essere così divaricati.
Ricordiamo qui, con angoscia, il sacrificio di Khaled Asaad. Ma tutto il mondo non sa che 15-18 funzionari e custodi (che solo noi conosciamo, perché siamo archeologi) della Direzione generale delle attività di Damasco, alcuni di questi hanno perso la vita, in maniera forse meno barbara di quella che è stata usata ignobilmente per Khaled Asaad, che resterà comunque nella memoria di tutti i paesi, come un martire del patrimonio culturale. Pochi sanno di quei funzionari, perché c’è una terribile guerra di informazione (sono lietissimo di aver sentito le parole di un italiano che si sta occupando di controinformazione: è difficilissimo, ma importante e fondamentale).
Allora: come si fa a ricostruire il patrimonio culturale della Siria, perché non si dica che uno lo fa per far piacere a Putin? A me non interessa affatto di far piacere a Putin, però mi viene da ridere e detesto che i miei colleghi archeologi di tutto il mondo abbiano detto: come si permette l’Ermitage di San Pietroburgo di offrire i suoi servigi alla ricostruzione di Palmira? L’Ermitage di San Pietroburgo è un altro Louvre, e noi occidentali dobbiamo smetterla di pensare che esista solo il Louvre, il Museo Britannico e il Metropolitan Museum di New York: esiste anche l’Ermitage di San Pietroburgo, che nella storia ha il suo peso. E questa, che può sembrare una divagazione, non lo è, e ora vedremo perché.
Ci sono tre criteri che devono essere rispettati perché al popolo siriano e al popolo iracheno venga restituito tutto quello che si può (per fortuna, si può molto) del loro patrimonio culturale. Tre criteri.
Il primo è il pieno rispetto della responsabilità e della piena iniziativa delle autorità competenti della Repubblica Araba siriana, Stato sovrano. I funzionari di Damasco non sono servi di un regime: non ho mai pensato di essere un servo della singolare democrazia del mio paese. Ho le mie idee, e so che molti cittadini siriani hanno idee non perfettamente identiche a quelle del presidente Bashar Al Assad, e non mi turba minimamente. Deve essere rispettata completamente l’iniziativa e la responsabilità della Repubblica Araba siriana: loro devono fare i progetti, e li stanno facendo. Qualcuno dice che fanno tutto affrettatamente, ma sono disinformati. C’è un documento della Direzione generale di Damasco che afferma: noi procederemo molto prudentemente e lentamente; non procederemo assolutamente con una affrettata ricostruzione; ci vorranno 6 o 7 anni e forse di più. Hanno perfettamente ragione.
Secondo punto: ci deve essere, da parte dell’Unesco, un coordinamento, una valutazione, una conferma della validità dei criteri che la Direzione generale delle attività di Damasco proporrà e deciderà nella piena sovranità sul suo territorio. L’Unesco è un’organizzazione internazionale cui tutti appartengono. Ci sono naturalmente dei contrasti, ma è comunque una garanzia di piena ragionevolezza, nei limiti di tutti gli errori umani. Perché tutti sbagliamo, anche noi occidentali sbagliamo. L’Unesco, diversi anni fa, ha rimproverato l’Egitto che voleva fare una superstrada vicino a Ghizza, che è una cosa molto stravagante. L’Unesco ha detto al Governo egiziano: per cortesia, non fate quest’autostrada. Il Governo egiziano ha risposto: è giusto, non la facciamo. L’Unesco ha più volte detto all’Italia: fate attenzione a Venezia, altrimenti la perdete. Noi italiani non ci siamo offesi. Quel che vale per l’Egitto vale per l’Italia, quel che vale per la Cina vale per la Colombia, quel che vale per gli Stati Uniti vale per il Giappone, per l’India, o per la Mongolia. Quindi, coordinamento e verifica dei criteri da parte dell’Unesco, per darne una sufficiente, umana garanzia di equilibrio, senza partigianerie in alcun caso.
Terzo criterio: ci deve essere una grande collaborazione internazionale. Naturalmente, vale per tutti quelli che vogliono collaborare, e una recente dichiarazione di Al Assad mi è parsa ragionevolissima: per la ricostruzione del nostro paese, ci rivolgeremo senza problemi alla Russia, alla Cina, all’Iran, e a quei paesi che vorranno aiutarci; se società occidentali vorranno prestare il loro aiuto, verificheremo, ma potranno essere bene accolte. Mi sembrano veramente parole sagge.
Forse qualcuno di voi sta pensando: sì, ma ha detto la Russia, la Cina, e l’Iran. Ma certo: perché, a Parigi, a Pechino e a Londra, che si dice? Dobbiamo renderci conto che noi occidentali siamo un quarto del pianeta, e qui non c’entrano le questioni del vicino Oriente. Un po’ più di tutta la popolazione dell’Occidente è fatta da persone che vivono in Cina e che ragionano in maniera, non diametralmente opposta forse, ma certo diversa dalla nostra. Dobbiamo abituarci, non al solo rispetto, ma anche all’ammirazione, e vi garantisco che gli è dovuta in moltissimi casi: culture diverse, culture altre. Questo è l’impegno con cui noi occidentali, che abbiamo molte colpe, ricordate per allusione ma in maniera molto chiara, non dobbiamo dimenticare queste cose.
La crisi siriana avrà un termine. Sarà ancora dolorosa, su questo non c’è dubbio, e non sarà breve, perché non c’è cenno chiaro che cessino tutte quelle interferenze gravissime che ci sono. Alla fine, noi potremo restituire al popolo della Siria e al popolo dell’Iraq gran parte del loro patrimonio culturale, e questo avverrà nel segno del rispetto della sovranità di questi paesi, e nel rispetto delle convenzioni internazionali, e nel rispetto della collaborazione internazionale. Senza pretendere, noi occidentali, di essere sempre i primi della classe, perché perfino nell’economia non lo siamo più, e anche nella tecnologia lo siamo sempre meno. E se ci decidiamo a essere molto più attenti, e anche ammirati, verso quelli che la pensano in maniera diversa da noi.
Un’ultima cosa: state tranquilli, non sono un relativista. Amo molto i valori della mia educazione, e naturalmente in buona parte quelli della mia educazione religiosa e laica, ma questo non significa che debba considerare con orgoglio soltanto la mia identità. Ho un certo orgoglio per la mia identità, ma voglio soprattutto avere rispetto e ammirazione per gli altri: senza questo, fedi e ideologie finiranno.
Viva la Siria!

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