Viaggio del Papa in Armenia

Paola Angelini, Roma

Un anno fa il Papa ha voluto ricordare al mondo il centesimo anniversario del Genocidio con una messa in San Pietro. Una commemorazione per riconoscere lo sterminio del 1915 che non ha il senso della rivendicazione nei confronti di chi, materialmente, ha dato inizio allo sterminio.

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È doveroso riconoscere la tragedia armena, troppo a lungo dimenticata, e ancora oggi negata, e ancora oggi motivo di tensione con la Turchia, che continua a negare quanto accaduto all’inizio della Prima Guerra mondiale.

Ancora una volta, ancora oggi, domenica 26 giugno 2016, giornata conclusiva del viaggio in Armenia, la Turchia non gradisce che se ne parli, e si è fatta sentire attraverso la diplomazia turca: “Sono dichiarazioni molto spiacevoli, quelle di Francesco”.

All’inizio del viaggio il Catholicos Karekin II e Francesco sono stati accolti dal Presidente armeno Serzh Sargsyan, hanno percorso a piedi un tratto del viale che porta al Memoriale, dove il Papa ha deposto una corona di fiori, in presenza di un gruppo di bambini che avevano in mano cartelli raffiguranti i martiri del 1915.

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“Un genocidio”, ha affermato Papa Francesco di fronte alle autorità del Paese, nel Tzitzernakaberd Memorial, il mausoleo circolare di Yerevan, che ricorda il massacro di un milione e mezzo di armeni.

Le prime uccisioni del Metz Yeghérn ebbero inizio tra il 23 e il 24 aprile 1915. Vennero arrestati i membri dell’élite armena di Costantinopoli con una operazione pianificata dall’Impero Ottomano. In pochissimi giorni, meno di un mese, più di mille intellettuali armeni, tra i quali giornalisti, scrittori, poeti e parlamentari, vennero deportati verso l’interno dell’Anatolia. Seguirono altre deportazioni e stermini di massa della popolazione composta da vecchi, donne e bambini. Tutti obbligati ad andare verso la regione desertica di Deir ez Zor in Siria. Morirono di fame, di malattie, di stenti, o furono uccisi lungo la strada.

Il Papa ha firmato il “Libro d’Onore”, sul quale ha scritto: “Qui prego, col dolore nel cuore, perché mai più vi siano tragedie come questa, perché l’umanità non dimentichi e sappia vincere con il bene il male; Dio conceda all’amato popolo armeno e al mondo intero pace e consolazione. Dio custodisca la memoria del popolo armeno. La memoria non va annacquata né dimenticata; la memoria è fonte di pace e di futuro”. Le parole di oggi affinché la “Chiesa armena cammini in pace e la comunione tra noi sia piena […] accoglienza di tutti i doni che Dio ha dato a ciascuno per manifestare il mistero della salvezza”.

Si chiude oggi, domenica, nella città di Etchmiadzin, centro spirituale di tutti gli Armeni, lontana 18 Km dalla capitale Yerevan, la visita di Papa Francesco. Due appuntamenti: a Etchmiadzin, per la divina liturgia ortodossa, e poi al Monastero Khor Virap, uno dei più importanti monasteri armeni, vicino al confine con la Turchia, dove venne rinchiuso per tredici anni San Gregorio Illuminatore. Due colombe, simbolo di pace, sono state liberate vero la Turchia. Liberate come fece anche Noè, dopo che l’Arca ammarò sul Monte Ararat.

Infine una dichiarazione congiunta tra Francesco e Karenin II per ringraziare l’Onnipotente per la vicinanza nell’amore tra la Chiesa Apostolica Armena e la Chiesa Cattolica. Oltre a ripetere le accuse di genocidio, hanno invitato alla solidarietà: “Chiediamo ai fedeli delle nostre Chiese di aprire i loro cuori e le loro mani alle vittime della guerra e del terrorismo, ai rifugiati e alle loro famiglie”.

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