I cadaveri che non contano

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Baghdad, Riccardo Romani

Duecento morti in un giorno solo. Gran parte erano bambini. Ripeto, duecento (200). Una serie di bombe e kamikaze nel centro di Baghdad, Karrada, la strada dei negozi, della gente che prova vivere, meglio che altrove, una vita normale. Come al Bataclan o in transito all’aeroporto di Istanbul. Duecento morti e nessuno dei principali quotidiani italiani, ripeto nessuno, che lo ha messo in risalto in prima pagina. Per il Corriere è un occhiello sfuggente. Per La Stampa Zaza e Pellé reggono meglio il taglio basso. La Repubblica non pervenuta. Il Fatto rivela al volo strage di bambini in Iraq e stop. Il Giornale (zero notizia) s’indigna pure sul silenzio dell’Islam rispetto alle stragi dei cani rabbiosi, e punta sul Papa che sarebbe muto di fronte alla morte di 9 cristiani (gli italiani a Dacca).
Le graduatorie sul valore dei morti non sono la mia specialità, ma sono di sicuro la materia su cui galleggia il pensiero nobile del giornalismo italiano.
Sta di fatto che i 200 cadaveri (40 per cento bambini) erano musulmani pure loro, abitanti di un paese musulmano. Ammazzati da cani rabbiosi pure loro e sono un numero spropositato per giorno solo. E ne moriranno altri e altri ancora, italiani, americani, iracheni, di ogni nazionalità uccisi non dalle bombe, ma dall’ignoranza di quelli non capiscono che il problema è uno solo, a prescindere dalla latitudine dall’affetto che proviamo per chi ci capita in mezzo. Ora, o il problema lo affrontiamo assieme, oppure quello massacra noi perché la forza del male risiede nella nostra capacità di ignorare un evento di questa atroce portata.

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