La drammatica scomparsa dell’Imam degli sciiti in Libia ritorna sulla scenaDomenico Quirico inviato a Beirut

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Collaborazione Talal Khrais

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Il deputato Hassan Yakoubhassan-Yacoub

(foto: D. Quirico – Talal Khrais)20160617_113639

Tutto questo non è da scambiare con la vendetta benché le somigli e provenga dalle medesime primitive radici. E’, semmai, la richiesta, disperata, assoluta, intransigente fino alla necessità, a sua volta, di farsi reato, la richiesta della verità, il senso che solo l’uomo può avere: che un delitto non dovrebbe andare impunito perché altrimenti tutti i fondamenti morali crollerebbero e soltanto il caos regnerebbe. E un modo di smentire che i legami tra noi e una persona esistano solo nel pensiero. Che la memoria nell’affievolirsi li allenti: e come per amore, per rispetto umano, per dovere, inganniamo gli altri e noi esistiamo soli.

E’ la storia di una anziana madre libanese, Intisal Yaacoub, e di suo figlio, Hassan, di una vedova e di un orfano, di una famiglia nella bufera del vicino oriente. E’ la storia del Tempo. Che fa del dolore qualcosa di contemporaneo a tutte le epoche della nostra vita nelle quali abbiamo sofferto.

Trentotto anni fa Mohamad Yaacoub, ‘’lo sceicco dei diseredati’’, uomo di fede e di politica , insieme al leader spirituale degli sciiti del Libano l’iman Moussa al Sadr, scomparve nei segreti tuttora impenetrabili del regime di Gheddafi.

Scomparso: Intisal e la sua famiglia non usano mai la parola morto. Scomparso, sì, scomparso, a sottolineare il ricordo segnato da quel carattere insieme irritante e solenne che è degli enigmi lasciati insolubili per sempre dalla morte delle persone che avrebbero potuto illuminarli: la vittima Mohamad Yaacoub, e l’assassino, il Colonnello libico. Ora che il regime è stato stritolato dal maglio insanguinato delle mutilazioni pseudo rivoluzionarie e le prigioni anche le più segrete sono state aperte, è certo che quella persona non ritornerà: è morta. Ma per loro è sempre ‘’scomparsa’’, a costo di non cercare di issare fino a lei la loro tenerezza perché la consoli del fatto di non vivere più.

Dopo 38 anni, sei mesi fa, la Storia, nel suo mosaico stratificato e inestricabile ha offerto loro un’occasione. Hannibal, ultimo figlio libero e vivo di Gheddafi, era a pochi chilometri da qui, ospite a Damasco del governo siriano. Come è bizzarro il Tempo quando lo corteggi, ti adegui a lui, non lo bestemmi: era l’occasione. E allora questa famiglia, razza implacabile dei semplici, che è importante tra gli sciiti della Bekaa ma non dispone come molti clan di qui di partiti e eserciti, ha agito, da sola. Hassan ha attirato Hannibal alla frontiera con il Libano e lo ha trascinato di qua, per estorcergli la verità che nessun tribunale o governo è mai riuscito ad accertare. Ma…da sei mesi è in prigione per sequestro e Hannibal è, comodamente, agli arresti domiciliari in attesa che le proteste forsennate della Siria ne ottengano il rilascio.

Intisal, implacabile e dolce come bisogna essere per acquistarsi al tempo stesso il cielo e la terra, è davanti a me. Sotto la tenda che ha montato lungo la strada per l’aeroporto con parenti e nipoti per chiedere la liberazione del figlio. Attorno il traffico sconsiderato di Beirut. Non era semplice come si era figurato. Ci sono voluti 38 anni, in fondo. Ma questo adesso è il periodo più facile dopo molti anni. Tutto ciò che l’ha tormentata esiste ancora, anzi si è venuto moltiplicando. Trova ingiusto che dio le mandi ancora un dolore così: il figlio in prigione e il figlio dell’assassino a casa, riverito, protetto da gente potente.

Ecco: questa la costringe di nuovo a ricostruire tutto il suo povero passato senza bisogno di frugarvi troppo per trovarvi il seme del male presente, il delitto di 38 anni fa. Tutti i suoi giorni di moglie e di madre sono lì, nel suo grembo, puri e duri come i grani del rosario che le sue dita forti palpano. Ma tutto quel dolore che prima era immobile senza sbocco, ora ha una meta, è meno impacciato. Suo figlio ha preso la decisione e ogni giorno vede chiaro che non ce ne erano altre. . quello bisognava fare, il resto si sarebbe visto in seguito.

Intisal mi guarda dai fitti veli neri di anziana donna sciita con quel dolce viso impenetrabile e incantato : ‘’una verità nascosta per 38 anni deve avere una conclusione, qualsiasi, siamo pronti ad accettarla e così finisca la sofferenza e non resti più sospesa. Tutti possono essere vittime, in questa storia, anche altri: ma noi, sì noi, abbiamo diritto alla verità…’’

Deve ritornare a quel giorno: 25 agosto 1978. E’ lì che la sua vita si è riempita di quel dolore, di quel disordine come se il vento entrato nella sua casa lasciata aperta vi avesse scompigliato ogni cosa… Vede il viso di suo marito, aveva 30 anni, l’ultima volta un saluto…partiva con l’iman Moussa al Sadr per Tripoli… era il suo consigliere non poteva lasciarlo andar solo in quel viaggio disperato, pieno di rischi…si battevano fianco a fianco da tre anni, da quando la guerra civile era scoppiata in Libano …avevano fatto insieme lo sciopero della fame nella moschea al Safa a Beirut per protestare contro il dilagare della violenza e fazioni…ricorda come tutti avevano sconsigliato quel viaggio a Tripoli.. Troppo imprevedibile e feroce l’uomo che dovevano incontrare, uno dei burattinai del massacro libanese, a cui volevano chiedere di sospendere le forniture di armi alle fazioni…era come domare una belva e suo marito lo sapeva, ma sarebbe stato vile rifiutare aspettare a casa…quattro giorni di silenzio poi dal 31 il silenzio diventa infinito: scomparsi, l’iman suo marito e il terzo della piccola missione, il giornalista Abbas Baddredin…sono partiti per Roma… mentì arrogante il colonnello, io non ne so nulla… ma l’Italia condusse inchieste e stabilì che i tre libanesi non erano mai saliti sull’aereo per Roma, anzi le tracce erano frutto di evidenti depistaggi libici, menzogne perfino mal fabbricate.

Per anni aveva fatto sogni imprecisi come coperti da un velo, come se li avesse nascosti il greve timore che tutto ciò diventasse insopportabile…Ora ci vedeva chiaro, si svegliava gonfia si sentimenti di vendetta ma non più abbattuta, bensì rannicchiata e raccolta in una terribile impazienza e nella oscura consapevolezza di poter arrivare alla verità. Non era più il senso di una fine senza speranza, era il senso di un disperato inizio.

‘’Lo stato libanese che per 38 anni non ha fatto nulla per la scomparsa di mio marito ha impiegato appena quattro ore per metterlo in prigione…la vittima è prigioniero e il colpevole è libero: ditemi che giustizia è questa…’’.

Si, l’idea che moriremo è più crudele del morire ma meno dell’idea che un’altra persona è morta, che richiusa su di se dopo aver inghiottito un essere vivente, si stende una realtà da cui quell’essere è escluso, dove non esiste più alcun volere, alcuna conoscenza e da cui è difficile risalire all’idea che quella persona sia stata viva quanto lo è pensarla somigliante ai ricordi lasciati dai personaggi di un romanzo che abbiamo letto.

Ali è l’altro figlio di Mohamad Yaacoub, mi riceva nella sede libanese dell’Unido, la Organizzazione delle Nazioni unite per lo sviluppo industriale di cui è direttore.

‘’Quando nostro padre è scomparso io avevo un anno e mio fratello dieci, siamo partiti per la Danimarca dove abbiano ottenuto asilo politico, lì abbiamo studiato, la Danimarca ha fatto di noi quello che siamo. Per avere la verità ci siamo rivolti agli sciiti e allo stato libanese. Non si sono, in 38 anni!, occupati di noi, mio fratello è diventato deputato in una circoscrizione cristiana sfidando e battendo i candidati di Hezbollah e di Amal, il partito sciita. Certo: Hannibal aveva tre anni nel ’78, ma la Libia era gestita come un affare di famiglia, sa molte cose e ha sposato per di più una ragazza libanese. Con il rapimento mio fratello ha dato un calcio al termitaio: il caso di mio padre e dell’iman sono legati alla politica del Libano e Gheddafi ne è solo l’ultimo esecutore. Chi ha fatto sparire mio padre allora? Coloro che hanno approfittato della scomparsa dell’iman per diventare protagonisti di una nuova fase della storia di questo paese e che dopo 38 anni sono intervenuti per aiutare il figlio di Gheddafi… Siria Marocco Algeria e Egitto hanno subito dichiarato che gli daranno asilo politico ….e poi il silenzio della comunità sciita… Non vi suggeriscono niente? Noi crediamo che dio non lascia mai solo un oppresso sulla terra, basta credere in lui ed essere pazienti…’’.

Esco dall’incontro incerto. Un giorno forse la famiglia Yaacoub arriverà alla verità. Allora il tempo si arresterà e paurosamente il principio di ogni cosa si accosterà alla sua fine. Si socchiuderanno i battenti di una porta chiusa da 38 anni e nello spiraglio penetrerà, freddo e grave, l’infinito vuoto.



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