Sud Sudan: guerra contagiosa nel continente Africano

Anwar Eid, Juba, Sud Sudan
Talal Khrais-Paola Angelini, Roma

Crolla la Repubblica inventata dall’Occidente

Talal Khrais con  il ministero degli Esteri  del Sudan Moustafa Osman Ismail con la collega caterina
Nel dicembre del 2013 è scoppiato un conflitto etnico governativo tra le forze del Presidente Kiir, di etnia Dinka, e quelle fedeli all’ex Vicepresidente Machar, di etnia Nnuer. Riek Machar è fuggito per evitare di essere ucciso, e una parte dell’esercito si è schierata al suo fianco.

Talal Khrais con il Presidente Omar Hassan al Bahir
I due leader sono rivali: anche se combattono entrambi per l’indipendenza dal Sudan, si contendono il controllo del governo e del loro partito, il Movimento per la liberazione del popolo sudanese (SPLM). I due leader rivali, sembra, non controllano più le forze a loro fedeli.

Il Sudan del Sud è situato nel centro di una regione complessa, dove convivono diverse popolazioni e sono parlate più lingue. La popolazione Dinka è la più grande tribù sub sahariana del Sudan del Sud, è oggetto di alleanze intrecciate, e i combattimenti in corso rischiano di coinvolgere i paesi vicini. Nel Sudan del Sud il Presidente Salva Kiir è sostenuto dall’Uganda, paese confinante e sostenitore durante la prima guerra civile (2013-2015). Contemporaneamente, l’Etiopia, altro paese confinante, è ostile. Lo stesso vale per il Sudan, a Nord, che tenta la vicinanza con Riek Machar, che non ha relazioni distese con l’Uganda.

Luglio 2016: continuano i combattimenti nella capitale del Sud Sudan, Juba. Le tensioni sono cresciute negli ultimi giorni, senza che nessuno sembrasse in grado di fermarle. Il nostro collega Anwar Eid racconta: “Gli scontri sono violenti, e conoscere con precisione il bilancio delle vittime è impossibile. Potrebbero essere migliaia, perché è una guerra nel vero senso della parola, in cui vengono usati colpi di mortaio e armi d’assalto pesanti. Sono utilizzati, dai leader tribali, gli elicotteri da combattimento e i carri armati. Come in tutte le guerre, come sempre, il prezzo più alto lo pagano i civili, i più indifesi: anche in questo caso hanno dovuto, frettolosamente, abbandonare i quartieri più colpiti dagli scontri”.

Anwar Eid, che lavora lì con grandi rischi, racconta ancora che: “Quel conflitto, nato per il controllo del potere nella capitale Juba, è una guerra che minaccia di travolgere velocemente la popolazione e l’esistenza di questo paese strappato alla Nazione Madre, la Repubblica del Sudan”.

Il Sudan è stato uno dei Paesi Arabi insieme alla Libia, all’Iraq, alla Siria e all’Egitto, ricco di risorse fondamentali per la Grande Nazione Araba.

Per il Sudan sono stati pensati o inventati mille problemi per ottenere la frammentazione, presentando diverse argomentazioni: esiste una persecuzione contro i cristiani. Fabbriche di armi chimiche, mandati di cattura internazionali che coinvolgono il Presidente, con l’accusa di sterminio di massa, accuse fondate su semplici note inviate dalle organizzazioni non governative che da anni operavano per alimentare l’odio religioso ed etnico. Diverse organizzazioni cattoliche sono state coinvolte in questo crimine contro l’integrità territoriale del paese, e l’associazione dei religiosi ha lavorato per procura e per conto delle multinazionali, talvolta per conto dello Stato Ebraico, che vedeva nel Sudan un supporto diretto alla causa palestinese.

Il Sudan ha accettato la separazione di una parte del suo territorio per poter andare avanti con il suo piano di sviluppo. Purtroppo quella parte strappata è stata affidata a criminali di guerra, che oggi si combattono tra loro con la benedizione e il sostegno delle organizzazioni non governative.

Il portavoce della Lega Araba, Mahmoud Afifi, ha invitato le parti in conflitto a “rispettare l’accordo di pace siglato nell’agosto del 2015”. Le parti in conflitto, ha proseguito, “diano prova di saggezza e cessino le ostilità e i bombardamenti che hanno impatti negativi sulla situazione umanitaria”. Anche l’Egitto si è espresso con “inquietudine” per gli scontri, che rappresentano un pericolo per gli accordi di pace del 2015.

L’indipendenza è stata raggiunta nel 2011 con la separazione dalla Grande Nazione, una distacco doloroso sostenuto da chi voleva controllare le notevoli risorse petrolifere senza guardare al sostegno dell’economia della nuova repubblica.

Al contrario: al posto dello sviluppo scopriamo fame, povertà e oppressione.

L’Occidente, per ricucire il danno provocato, ha cercato in tutti i modi un accordo di pace siglato nell’agosto del 2015, dopo una guerra fratricida fra i due leader. Nell’aprile 2016 Machar e i suoi uomini sono tornati a Juba, ottenendo di nuovo la carica.

Le tensioni sono cresciute nelle ultime settimane, le forze fedeli a Machar sono numericamente inferiori e non dispongono della stessa potenza di fuoco rispetto a quelle del campo avversario, che ha recentemente acquistato degli elicotteri e reclutato numerosi miliziani.

La missione dell’Onu nel Sud Sudan, la Minuss, concepita inizialmente per rafforzare e consolidare la pace e per assistere il governo di Juba, può comunque fare poco di fronte alle guerre etniche. Secondo il nostro collega, da quattro giorni i Caschi blu che assistono una parte della popolazione sono nell’impossibilità di operare nella capitale, ovvero da quando la violenza ha raggiunto i suoi massimi livelli. Il Sud Sudan è un paese giovane, non ha la struttura e le istituzioni di uno Stato, e siamo al punto che i combattimenti in corso rischiano di far salire le tensioni tra i paesi vicini. Alcuni membri del principale movimento armato del Darfur, il Movimento per la giustizia e l’uguaglianza (Jem), ostile a Khartum, hanno accresciuto le fila di Salva Kiir nell’ultima fase del conflitto.

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