Colleghi caduti per la libertà di tutti

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Talal Khrais, Paola Angelini – Roma

La stampa libera perde il collega Ali Mahmoud

Ieri è morto il collega iracheno Ali Mahmoud.
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Ali è un amico, un collega con il quale abbiamo lavorato in questi anni. Ali è una persona che lascia un vuoto enorme non solo per noi amici e colleghi, ma per il mondo dei liberi pensatori e per le coscienze desiderose di verità. I colleghi italiani lo ricordano per la disponibilità, lo ricordano perché riusciva a scortarli ovunque volessero arrivare, lo ricordano perché trasmetteva le immagini dei conflitti.

I colleghi siriani facevano lo stesso.

La collega Yara ِAbbas, della TV al Ekbariah, è stata uccisa da un cecchino.
Yara Abbas nel Qussein
Yara SalehIn queste ore il nostro collega reporter Shadi Martak (https://www.facebook.com/shady.martk?fref=ts) è in Siria, Shadi Martak ha un soprannome – Martire-vivente – perché riesce perfino ad arrivare prima delle Forze Armate Siriane. Questi colleghi, ogni giorno, ogni minuto, rischiano la vita per fornirci notizie originali, notizie non filtrate.

shadi Martak  Latakia

Il collega siriano Loqman Rustom ha scelto la Siria per iniziare a raccontare la realtà e trasferire generosamente le notizie a chi lavora fuori dal campo, dando così anche un grande contributo a nostri siti, www.assadakah.com e assadakah-reporters.com, di cui è coordinatore.

loqman
I reporter  mediorientali o del continente africano offrono un contributo considerevole ai giornalisti occidentali, ma il loro lavoro sembra valere nulla. In questi anni della crisi siriana, i colleghi mediorientali hanno offerto un aiuto prezioso a ottantacinque giornalisti italiani, alle TV nazionale francesi, alla CNN e alla ABC.

L’Associazione Reporter Senza Frontiere ha presentato il suo rapporto nel 2015, chiedendo al Segretario generale Onu un rappresentante speciale per proteggere i cronisti. Nel documento sono stati citati i colleghi in ostaggio (cinquantaquattro) e in prigione (centocinquantaquattro), ma non sono stati contati i colleghi arabi caduti in battaglia: la TV Al Manar ha perso otto colleghi sul fronte, e le TV con i giornalisti siriani più di sessanta. Un bilancio troppo alto, un bilancio di sangue.

Nel 2016 il conteggio è sicuramente cresciuto: i paesi a rischio sono aumentati, e in Occidente (da mesi) non si parla, per esempio, della guerra contro lo Yemen. È cresciuto, peraltro, il numero dei giornalisti uccisi in Iraq, e in Siria. Non se ne parla.

Le notizie dall’Iraq arrivano grazie a questi colleghi. Ma Ali Mahmoud è stato il cronista-reporter più coraggioso. Vogliamo ricordare che ieri è caduto in battaglia. Vogliamo ricordare che ieri è stato ucciso, poche ore prima di Abu Omar al-Shishani, uno dei più temuti comandanti dell’Isis ucciso a Mosul, in Iraq. Avremmo voluto ricevere questa notizia importante da lui, da Ali Mahmoud, ma lui non ha potuto. Un giorno prima del suo martirio, descriveva l’entusiasmo degli iracheni nel liberare il paese dal terrorismo: “Si stringe la morsa dell’esercito iracheno su Mosul, la roccaforte dei terroristi dell’Isis, nel nord del paese. L’esercito iracheno, sostenuto da migliaia e migliaia di giovani venuti da tutto il paese, avanza su tutti i fronti. È appoggiato dai raid della coalizione internazionale, che hanno assunto il controllo di una base aerea di importante rilievo tattico, in grado di servire da rampa di lancio per l’attacco finale contro le milizie islamiste”.

Parlava della postazione nella valle del Tigri, 60 Km a sud di Mosul, che diventa la base avanzata per la riconquista del capoluogo della provincia di Ninive. I militari della 15a e della 13a Brigata, insieme ai reparti della polizia di Ninive e alla mobilitazione popolare, hanno permesso all’Iraq di riconquistare la sovranità.

Sumar Hatem militareTalal reporte

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