L’Unesco, Israele, Renzi e la risoluzione su Gerusalemme

Pasquale Amato, Roma

Se sei di sinistra, guardi al mondo dalla finestra dei tuoi ideali, e in base a quelli giudichi. Se sei di destra, fai lo stesso. Che tu sia di destra o di sinistra, misuri il mondo con il tuo metro, e le idee politiche assumono sfumature commisurate, per ogni individuo diverse, ma sempre più o meno riconoscibili. Poi c’è la realtà, la complessa realtà in cui la visione del mondo, se hai una buona capacità di leggerla, ti pone di fronte a scelte che richiedono cautela, che richiedono soprattutto disponibilità a cercare l’equilibrio tra la spinta di fondo dei tuoi ideali e una valutazione serena delle possibili conseguenze della tua scelta. Questa disponibilità si chiama diplomazia. Certo, se sei uno che agli ideali ci tiene molto, l’abilità del compromesso non è il massimo, ma non bisogna dimenticare che la democrazia, in fondo, non può funzionare che così.

Analisi grossolana la mia, lo so, ma a volte, per capire, serve semplificare. Semplificando, perciò, credo che la decisione dei diplomatici italiani, alla riunione dell’Unesco dello scorso 18 ottobre, di astenersi dal votare la risoluzione di condanna della politica di Israele verso Gerusalemme ed i luoghi santi sia conseguenza di un ragionamento che, a spanne, può assomigliare al mio. Un ragionamento di buon senso, direi.

Eppure Matteo Renzi dissente, e definisce “allucinante” la risoluzione.

il-quartier-generale-dellunesco-parigi
Il testo, che biasima le politiche neocoloniali e violente israeliane contro i siti sacri islamici a Gerusalemme e in Cisgiordania, è stato adottato dall’Unesco con 23 voti favorevoli, 6 contrari, 26 astensioni. Come l’Italia, si sono astenute Spagna e Francia, senza che poi qualcuno, in quei paesi, abbia smentito i propri rappresentanti diplomatici.

Vediamo, in particolare, alcuni brani degli artt. 4 e 5 della risoluzione, che in sostanza condannano il mancato rispetto da parte di Israele, stigmatizzata come “potenza occupante”, dei suoi obblighi nei confronti di precedenti risoluzioni:

Art. 4: “[…] Condanna fortemente il rifiuto di Israele di implementare le precedenti decisioni UNESCO in materia di Gerusalemme, […] sottolineando come non sia stata evasa la propria richiesta al Direttore Generale di nominare, il prima possibile, un rappresentate permanente di stanza in Gerusalemme Est […], né […] le reiterate successive richieste omologhe”.

Art. 5: “Condanna fortemente il fallimento di Israele, potenza occupante, nel cessare i persistenti scavi e lavori in Gerusalemme Est ed in particolare all’interno ed intorno alla città vecchia, e rinnova ad Israele, la potenza occupante, la richiesta di proibire tali lavori in conformità con i propri obblighi disposti da precedenti convenzioni e risoluzioni UNESCO […] [e] di rimuovere tutti gli impedimenti per l’accesso alla Moschea Al- Aqsa/Al-Haram AlSharif”.

1708
Ora, molte autorevoli voci giudicano il documento Unesco storicamente e politicamente “sbagliato”, e intravedono in esso un riferimento preparatorio, quasi un promemoria, alla ricorrenza, nel giugno prossimo, dei 50 anni dalla Guerra dei Sei Giorni, e quindi dall’inizio dell’occupazione da parte di Israele dei territori palestinesi. Per questo, si dice, nel documento Israele viene ripetutamente definita “forza occupante”, e la condanna reiterata agli attacchi e alle violenze sulla popolazione palestinese non è d’altra parte affiancata da cenni ai 34 morti israeliani.

Non senza una certa parzialità un po’ goffa, la risoluzione, riaffermando Gerusalemme come Città Sacra di riferimento condiviso tra Ebrei, Cristiani e Islamici, omette però di indicare anche con gli antichi nomi ebraici quelle località che, sia per gli Israeliani che per i Palestinesi, rivestono carattere simbolico per la loro importanza storico-religiosa.

Quindi, riassumendo: di fronte a una risoluzione “difettosa” – che, nel voler riconoscere ai Palestinesi la condizione di minoranza i cui diritti vengono violentemente soffocati dal potere militare dell’occupante Israele, ignora discutibilmente i legami storici tra Israele e quei territori –, i rappresentanti italiani dell’Unesco hanno ritenuto che l’astensione fosse il miglior compromesso. Una difficoltà oggettiva, tenuto conto della cura degli equilibri internazionali e delle alleanze economiche e politiche tra Paesi, è diffusamente rilevata da osservatori e analisti, fino a considerare pressoché impossibile, ad oggi, individuare soluzioni effettivamente eque per la questione israelo-palestinese. L’assunzione di una certa neutralità sembra dunque diplomaticamente saggia, a patto che implichi, comunque e in modo fermo, certo il rispetto verso le ragioni storiche israeliane e il cordoglio per i caduti israeliani, ma anche e soprattutto una presa di posizione solidale con quella “causa palestinese” da molti ritenuta “sacra”, nonché la netta condanna delle prepotenze militari contro i diritti umani della popolazione palestinese.

Sarebbe stato apprezzabile, allora, che Renzi tacesse, rinunciando alla ghiotta occasione di ottenere, rinsaldando i rapporti con Israele di buona vicinanza e di sostegno, l’assenso anche degli USA e della Germania, perfino a costo di contrapporsi all’Unesco.

Sarebbe stato apprezzabile, soprattutto, che un rappresentante del centrosinistra italiano non assecondasse Netanyahu, voce di destra di quella Israele che, determinata a non ammettere di essere una potenza occupante, continua a schiacciare i diritti della popolazione residente, oltre che la sua religione.

Rispondi