C’è sempre un buon motivo per andare in Armenia

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Paola Angelini, Roma

A Yerevan, capitale dell’Armenia, il Matenadaran è una delle più ricche biblioteche di manoscritti del mondo, un monumento di antiche miniature e pergamene risalenti al V e VI secolo, una vera e propria banca della memoria. Per non dimenticare gli insegnamenti della storia passata, in occasione della ricorrenza del Metz Yeghérn-il Grande Male, la biblioteca ha allestito una mostra.

Il dr.Rapahel Lemkin è il giurista polacco che per ricordare quel massacro di massa inventò il termine Genocidio mentre lavorava sul processo intrapreso nei confronti di Soghomon Tehlirian, l’armeno che uccise per vendetta il gran visir ottomano Talat Pascià – appartenente al partito dei Giovani Turchi – e organizzatore del Genocidio del popolo armeno che abitava l’Armenia occidentale, l’odierna Turchia.

Soghomon Tehlirian perse l’intera famiglia mentre combatteva l’armata ottomana tra le montagne del Caucaso; il dr Rapahel Lemkin, di origine ebraica, perse 48 familiari dopo l’invasione nazista, e quella terribile esperienza lo rese sensibile ai problemi delle minoranze.

Il popolo armeno, a dispetto delle ferite relative ai feroci tentativi di eliminazione come gruppo etnico, può vantare una civiltà millenaria riconoscibile attraverso le tracce di monasteri – luoghi di preghiera e centri di produzione culturale e scientifica – i palazzi e le imponenti fortezze. A questa varietà di strutture architettoniche, anche al di fuori degli attuali confini, si aggiungono le capacità costruttive considerate per livello tecnico e artistico le più avanzate del mondo, e la scelta delle spettacolari posizioni panoramiche.

Gli architetti armeni svilupparono tecniche di costruzione anti-sismica particolarmente robuste e allargarono le conoscenze all’ingegneria edilizia.

Il più celebre architetto armeno Trdat (Tiridate) adattò il sistema tubolare dell’arco sulla cupola della Basilica di Santa Sofia, a Costantinopoli, danneggiata nel 989 a causa di un terremoto. L’imperatore bizantino, Basilio II, fece chiamare appositamente Trdat per restaurare la parte crollata della Basilica, centro della Chiesa ortodossa. L’architetto armeno, in quella occasione, lasciò per alcuni anni i lavori della Cattedrale nella città di Anì (Okacli), capitale medioevale del regno armeno, rivale di Costantinopoli.

Anì era “la città dalle quaranta porte” e “la città dalle centouno chiese”, con centomila abitanti.

Ricchezza e potere ne fecero un importante snodo commerciale, oggi è un sito archeologico sull’antica via della seta, a 50 km ad est nella provincia turca di Kars, da cui è visibile il monte Ararat, un tempo Armenia, ora Turchia. E’ proprio dalle pendici del monte Ararat, sulla cui cima si era arenata l’Arca di Noè, che nel VII secolo a. C. si formò il popolo armeno. Il sito archeologico di Anì è rimasto a sfidare i secoli, a dispetto dei confini politici che ne offendono la passata cultura, e a dispetto dei popoli confinanti che non manifestano alcun interesse a restaurare ciò che resta di edifici realizzati da altri. Straordinaria è la ricchezza decorativa dei palazzi, delle chiese e dei conventi.

Nel corso dei secoli il teologo Mesrop Mashtots e l’Abate Mechitar riuscirono a preservare l’identità millenaria e culturale del popolo armeno, che il tempo avrebbe potuto distruggere poco a poco.

Mesrop Mashtots, linguista e inventore dell’alfabeto armeno (costituito da 36 lettere), ha permesso al popolo armeno di salvare la lingua e la letteratura armena. Nominato Segretario personale del Re armeno Cosroe III, è stato interprete, traduttore degli editti e delle varie disposizioni promulgate dalla cancelleria reale, ha scritto in persiano e greco. Fondò l’Accademia “Scuola dei Traduttori”dove vennero tradotti testi biblici. Prima dell’invenzione dell’alfabeto nel 406 d.C., i racconti armeni venivano trasmessi dalla tradizione orale.

Matenadaran – la biblioteca dei manoscritti – è dedicata a Mesrop Mashtots.

Mechitar (1676), monaco benedettino di Sebaste, l’attuale Sivas, nella Piccola Armenia Storica, fondò nel 1700 la Congregazione armena cattolica a Costantinopoli, perseguitato dalle autorità turche, fuggì a Modone, in Grecia, successivamente a Venezia, e sull’isola di San Lazzaro.

A Mechitar venne concesso, dalle autorità veneziane, di costruire un monastero sull’isola di San Lazzaro per realizzare concretamente un centro di cultura e scienza di tradizione della lingua e della letteratura armena. I monaci mechitaristi per diffondere e pubblicare la cultura armena, si resero completamente autonomi costruendo una tipografia in uno dei padiglioni del monastero. Prima di allora, i libri venivano stampati a Venezia, ed erano destinati a tutti coloro che parlavano armeno. Nella biblioteca del monastero dei mechitaristi sono conservate le più significative collezioni di manoscritti armeni, in Occidente.

Mechitar “il consolatore” morì nel 1749, sull’isola di San Lazzaro.

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