Continuano le manifestazione nel Bahrain

Talal Khrais, Paola Angelini – Roma

I Bahreiniti hanno protestato per ottenere riforme e democrazia, e sull’onda della Primavera Araba cominciarono a radunarsi perché insoddisfatti della propria libertà e per le poche attenzioni nei confronti dei loro diritti. Le manifestazioni contro la Monarchia fecero reagire il governo con fermezza crescente, vennero controllati i dissidenti, gli attivisti, e le figure più in vista. Era l’anno 2011.

La repressione peggiore cominciò a giugno con la chiusura del principale gruppo di opposizione sciita al-Wefaq. Le autorità lo ritenevano responsabile di aver creato «l’ambiente per il terrorismo, l’estremismo e la violenza», il leader del movimento di opposizione sciita al-Wefaq, Ali Salman venne rinchiuso in carcere per incitamento alla violenza.

L’agenzia di stampa del Bahrein, il 20 giugno, diffuse la notizia che alla più importante figura religiosa sciita del paese, Isa Ahmed Qassim, era stata rimossa la cittadinanza per aver «servito interessi stranieri» e aver «incoraggiato il confessionalismo e la violenza». La decisione causò un’ondata di protesta nella comunità sciita e provocò reazioni piccate da parte della Repubblica Islamica dell’Iran e dell’intera comunità sciita.

Il Procuratore decise l’arresto di un altro attivista Nabeel Rajab, il fondatore del Centro del Bahrein per i diritti umani, precedentemente arrestato nel 2012 per aver organizzato e partecipato alle proteste della primavera nel Bahrein. Condannato nuovamente e imprigionato nel gennaio del 2015 per sei mesi, è stato perdonato dal Re Hamad a causa di gravi motivi di salute.

Il 2016 è stato un anno durissimo per il popolo del Bahrain, a dirlo è l’ultimo rapporto diffuso dal Bahrain Center for Human Rights, secondo cui è stato il peggiore dal 2011, da quando cioè esplosero le proteste contro la Monarchia sunnita degli Al Khalifa che regnano su una popolazione a maggioranza sciita.

Il Centro per i diritti umani documenta che sono stati 1.106 gli arresti arbitrari, 1.541 le condanne (di cui 350 per reati politici), e 204 le revoche della cittadinanza.

Decine di migliaia le violazioni rilevate dall’organismo che registra torture, persecuzioni di attivisti politici, artisti, e giornalisti, ma anche oscuramenti della rete e leggi restrittive in tema di libertà di espressione.

Fra gli arresti più illustri quello della nota attivista Zainab Al Khawaja, fermata a marzo scorso e poi costretta all’esilio da giugno.

Il Centro riferisce che l’anno in corso non è migliore, dal 30 gennaio al 5 febbraio sono stati 21 gli arresti arbitrari compiuti dalle autorità giudiziarie – fra questi anche un bambino – mentre 36 persone sono state condannate in primo e secondo grado, a 364 anni di carcere complessivi, più 9 ergastoli, e una revoca di cittadinanza.

Sotto attacco c’è sempre la libertà religiosa. Discriminati dalla monarchia sunnita e dal governo continuano gli arresti, le persecuzioni di religiosi sciiti che rappresentano circa il 70% dei 530.000 cittadini del piccolo Stato. Il Bahrein è un arcipelago di 32 isole, nel Golfo Persico davanti alla Repubblica Islamica dell’Iran, a pochi chilometri dalle coste dell’Arabia Saudita.

Intanto la mobilitazione prosegue nell’indifferenza internazionale ma la speranza in un cambiamento democratico non deve svanire nel nulla.

 

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