Palestina: popolo della diaspora

“Su gentile concessione della redazione de Il Nodo di Gordio pubblichiamo un’analisi del reporter Luca Steinmann, pubblicata sull’ultimo numero della loro rivista”.

“Sono venuto qui portando in una mano il ramo di ulivo e nell’altra il fucile del combattente della libertà. Fate che il ramo d’ulivo non cada mai dalla mia mano”. Quando nel 1974 Yasser Arafat si rivolgeva con queste parole alle Nazioni Unite il conflitto arabo-israeliano era nel pieno della sua esecuzione e della sua violenza. Il leader della resistenza palestinese tese in quell’occasione la mano a un mondo, quello occidentale, che fino a quel momento era stato piuttosto schierato a favore delle posizioni israeliane. Questo discorso di apertura venne letto da molti analisti di allora come il primo passo verso un processo di pacificazione con l’Occidente, nonché come una apertura al dialogo con il mondo ebraico. In molti, ancora oggi, leggono quelle parole come l’inizio di un processo di pacificazione che confluì nel 1993 negli accordi di Oslo, quando le autorità palestinesi riconobbero ufficialmente la legittimità dell’esistenza di uno Stato ebraico in Palestina, accettando la cosiddetta “soluzione a due Stati”. Arafat probabilmente non si aspettava che mettendo da parte il fucile non avrebbe messo fine alla guerra. Non immaginava che la cosiddetta pace avrebbe generato una profonda sfiducia nei confronti suoi e dell’OLP. Non immaginava che le trattative per il reciproco riconoscimento tra Israele e Palestina avrebbero portato ad un vuoto di potere all’interno delle comunità di esuli palestinesi che, a sua volta, avrebbe generato una lotta intestina diffusa e perpetua. Una guerra civile all’interno dei campi profughi palestinesi che si sta combattendo in questi giorni e in queste ore in diverse zone del Medio Oriente. E che ha come epicentro la Siria e il Libano.

Le origini

Fin da quando i primi esuli dovettero lasciare le proprie case in Palestina a seguito della nascita dello Stato d’Israele nel 1948 e delle conseguenti guerre che scoppiarono tra arabi ed ebrei, la maggior parte dei  palestinesi si stabilì nei Paesi confinanti: Giordania, Libano e Siria. Attendendo un rimpatrio che mai avverrà, essi andarono ad abitare in campi profughi che, col tempo, diventarono dei veri e propri quartieri o città autonome, sotto il controllo delle autorità palestinesi e di proprie milizie armate. La storia di questi campi e dei loro abitanti ha segnato tutto il corso del conflitto arabo-israeliano, dalle vicende di Settembre Nero in Giordania fino alla guerra civile libanese e alle due invasioni israeliane. Seppur le diverse società palestinesi dei campi abbiano sviluppato rapporti differenti con le rispettive autorità dei Paesi ospitanti – generalmente positivi nella Siria degli Assad, di segregazione in Libano, molto altalenanti in Giordania – tutte sono accomunate da un elemento di base comune: l’assimilazione all’interno delle società ospitanti è sempre stata vissuta come una minaccia alla propria identità e al proprio diritto al ritorno. Un’idea, questa, promossa soprattutto dalle autorità all’interno dei campi, quasi sempre nelle mani dell’OLP, il cui consenso tra i palestinesi è sempre stato maggioritario. Fino al 1993. Con il riconoscimento dell’OLP al diritto ad esistere dello Stato di Israele e alla propria rinuncia al terrorismo, alla violenza e all’intento di distruzione dello Stato ebraico è stata ufficializzata la mancanza di volontà da parte dei leader palestinesi di garantire il rimpatrio dei propri esuli. Molti dei quali si sono dunque sentiti abbandonati e hanno iniziato a mettere in pesante dubbio la legittimità di Arafat e di Abbas a rappresentare la propria causa. La conseguenza di tutto ciò è stato l’arretramento dell’OLP come forza politica e la conseguente creazione di un vuoto politico e militare all’interno dei campi. La cui occupazione ha dato progressivamente vita a lotte intestine per il potere tra le milizie dell’OLP, principalmente di al Fatah, e altri movimenti ad esse concorrenziali che rivendicano la titolarità della lotta per i diritti del proprio popolo a favore del rimpatrio e contro quella che chiamano “l’occupazione israeliana”. Negli ultimi anni questa conflittualità si è sovrapposta, mischiata e confusa con quella in corso tra sciiti e sunniti che interessa tutto il mondo arabo-musulmano. Generando una spaccatura interna ai palestinesi così profonda da mettere in secondo piano la lotta contro Israele, anche se non formalmente, rispetto alle faide interne.

La faida tra sciiti e sunniti

All’interno della guerra fra sciiti e sunniti, che ha come epicentro la Siria ma che coinvolge massicciamente anche il Libano, i palestinesi non hanno preso un’unica posizione a favore dei primi o dei secondi, ma si sono divisi internamente tra gruppi con vincoli di fedeltà differenti. I campi profughi sono diventati il luogo in cui questa contrapposizione si manifesta maggiormente e con maggiore violenza, trasformandosi spesso in veri e propri campi di battaglia tra le diverse fazioni che si contendono il territorio. Le dinamiche che hanno segnato queste divisioni sono analoghe in Siria come in Libano. Con lo scoppio della guerra siriana i palestinesi si sono profondamente divisi: una minoranza ha giurato fedeltà al regime di Bashar al Assad, altri si sono uniti ai variegati gruppi di ribelli che componevano inizialmente il fronte anti-governativo. Una piccola parte di loro ha aderito a formazioni terroristiche come Daesh e Jabhat al Nusra. Sia i ribelli che il governo hanno preso di mira i propri nemici, bombardando pesantemente i campi profughi e spingendo milioni di palestinesi-siriani a fuggire per trovare riparo nei campi del vicino Libano, dove le logiche di divisione e conflitto sono pressoché le stesse. Con la grande differenza che tra i palestinesi-libanesi è molto forte l’infiltrazione di Hezbollah, che ha creato all’interno dei campi due milizie palestinesi, La Brigata di Sicurezza e Ansar Allah, che hanno giurato fedeltà direttamente al Partito di Dio e del quale sono a tutti gli effetti braccia armate operative. All’interno dei campi libanesi convivono a strettissimo contatto tutte le componenti che combattono conflitto tra sciiti e sunniti. E che si combattono a loro volta tra le catapecchie e i casermoni in cui vivono gli esuli palestinesi, generando centinaia di morti e feriti.

Daesh e Nusra tra i palestinesi

Particolarmente rilevante è la sovrapposizione tra la causa palestinese e quella dei gruppi terroristici sunniti come Daesh e al Nusra. Il tentativo dei terroristi di presentarsi come i nuovi titolari della lotta anti-israeliana non è cosa nuova, ma affonda le proprie radici in decenni di tentativi di radicamento all’interno delle comunità di esuli palestinesi, la cui causa è stata invece tradizionalmente animata da un’ispirazione laica se non laicista. La crisi di consenso dell’OLP a partire dal 1993 e il conseguente vuoto di potere hanno però aperto nuovi margini d’azione per i gruppi radicali sunniti che, facendo leva sulla comunanza di fede con la maggior parte dei profughi, hanno iniziato a fare propaganda mischiando le proprie parole d’ordine con aiuti sociali e materiali che forniscono alla gente bisognosa. Così facendo alcune loro cellule hanno trovato spazio in alcuni campi che hanno usato come base per dar vita a rivolte armata contro le autorità libanesi ancor prima dello scoppio delle cosiddette primavere arabe. Il caso più emblematico è quello del campo di Nahr El Bared, a Tripoli, nel Libano settentrionale e non lontano dal confine siriano. Nel 2007 un gruppo di 300 terroristi facenti parti del gruppo di Fatah al Islam, legato ad al Qaeda ed inizialmente supportato e finanziato da un noto partito sunnita libanese vicino all’Arabia Saudita, prese il controllo del campo. Si trattava di 300 persone provenienti da tutto il mondo (Siria, Libano, Afghanistan, Arabia Saudita, Giordania, Marocco, Pakistan, Kuwait) che in nome della difesa della causa palestinese utilizzò Nahr el Bared per tentare un colpo di mano armato contro lo Stato libanese. Le autorità nazionali reagirono e scoppiò una guerra che durò diversi mesi e rase il campo quasi totalmente al suolo a causa dell’utilizzo di bombe e missili da parte dei governativi che alla fine cacciarono i jihadisti ma lasciarono a terra anche tante vittime. Secondo molti abitanti di Nahr El Bared quello di allora fu un tentativo di rivoluzione analogo a quello che qualche anno dopo avrebbe colpito la Siria. Questo esempio mostra chiaramente come da parte dei terroristi vi sia la volontà di utilizzare la causa palestinese per promuovere la propria guerra che vede come primo bersaglio non Israele, bensì quei musulmani che non si piegano al loro volere, quindi principalmente gli sciiti. Non è neanche un caso, dunque, che all’interno della guerra tra sciiti e sunniti importanti partiti sunniti legati all’Arabia Saudita ed ai Paesi del Golfo abbiano supportato a fasi alterni questi gruppi terroristici in funzione anti-sciita.

Il ruolo di Hezbollah

Per l’opinione pubblica palestinese, però, il principale nemico rimane Israele. E’ anche per questo che i gruppi terroristici sunniti che non attaccano direttamente lo Stato ebraico non hanno mai raggiunto un vasto consenso tra di loro. Va anzi sottolineato che pur essendo vero che alcuni palestinesi aderiscono a queste formazioni, la stragrande maggioranza è loro avversa e li combatte attivamente. In molti temono infatti che la sovrapposizione tra la causa jihadista e quella palestinese possa essere utilizzata come scusa da Israele per attaccarli nuovamente, mettendo fine manu militari alle proprie ambizioni di rimpatrio. E’ per questo che, nonostante la fede sunnita della maggior parte dei palestinesi, alcuni di loro hanno giurato fedeltà a quella formazione che si è contraddistinta come principale e indispensabile interprete della lotta anti-sionista: gli sciiti di Hezbollah. La potenza militare del Partito di Dio e la propria forza di intelligence permette a tale movimento di controllare de facto diverse aree di alcuni campi libanesi, permettendo all’interno di essi anche l’ingresso di spie siriane alla ricerca di persone palestinesi-siriane riparate in Libano per non essere arruolate tra le fila del regime. E’ il caso soprattutto di alcuni campi di Beirut, come quello di Sabra e Shatila, dove la presenza sciita e siriana è ormai visibile e dove le operazioni militari contro i dissidenti anti-siriani (terroristi o meno) sono costanti.

Equilibri non catalogabili

Quella che si sta combattendo tra i palestinesi è dunque una vera e propria guerra civile interna ad una guerra civile più ampia, che vede la partecipazione di tutti gli attori in causa: Hezbollah, i lealisti siriani, i ribelli siriani anti-governativi, i gruppi terroristici sunniti, i partiti libanesi sunniti legati ai Paesi del Golfo. I combattimenti sono ininterrotti, anche se non coinvolgono tutti i campi. Quelli che negli ultimi mesi sono stati maggiormente interessati dalle violenze sono quello di il campo di Yarmouk, vicino a Damasco, e quello di Ein el Hilwee, a Sidone. Nel secondo caso le Nazioni Unite hanno dovuto abbandonate momentaneamente le proprie postazioni interne al campo perché non in grado di difenderle. Ein el Hilwee è un caso emblematico che mostra chiaramente come in questa guerra non esistano fazioni omogenee e che gli schemi interpretativi che spesso la stampa europea fornisce per interpretare la guerra tra musulmani non siano validi. A Ein El Hilwee si combattono tutti i giorni più fazioni: Daesh, Nusra, Fatah, Fatah Intifada, gruppi legati a Hezbollah. Sono proprio questi ultimi ad avere siglato a seguito degli scontri una insolita alleanza militare con al Nusra, gruppo terroristico guidato all’interno del campo da Bilal Bader, classe 1989, che ha dato il proprio nome alla formazione che guida pur rivendicando la sua appartenenza a al Nusra. Mentre in Siria e in altre parti del Libano sciiti e sunniti si combattono, i delicati equilibri di questo campo hanno portato ad un alleanza tra opposte fazioni.

Divisi, frammentati e antagonisti, gli esuli palestinesi sono oggi più lontani che mai non solo dal ritorno in Palestina ma anche dalla possibilità di lottare contro il proprio nemico israeliano. Se lo facessero verrebbero immediatamente bloccati da Hezbollah, che difende la sua titolarità a combattere Israele per accreditarsi all’interno di tutto il mondo islamico. Quello che si registra oggi nei campi profughi è una profonda assenza di una classe dirigente palestinese, che se e quando ha abbandonato le armi non ha investito sulla formazione e sulla comunicazione, ma ha aspettato che qualcuno permettesse loro di tornare in Palestina. Oggi stanno ancora aspettando. Il fallimento degli accordi di Oslo, lo sradicamento e la difficile difesa di una fragile identità senza terra stanno mettendo a dura prova le comunità di esuli. Che, nonostante tutto ciò, continuano a sognare il ritorno in Palestina. E anche per questo la stragrande maggioranza di loro combatte attivamente i terroristi, sperando di potersi, un giorno, rimpossessare del proprio destino. Oggi gestito da attori esterni.

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