Gli Arabi dimenticano la Palestina

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Abdul Nasser Abou Aoun – Gerusalemme
Deeb Hawrani – Ramallah
Talal Khrais, Paola Angelini – Roma

La Palestina è stato argomento prioritario per i 22 Paesi membri della Lega degli Stati. Fra le funzioni della Lega araba, c’è anche quella di mediazione e di composizione delle dispute fra i paesi membri qualora i contrasti non riguardino questioni di sovranità, indipendenza, o integrità territoriale. Resta inoltre disponibile per la devoluzione ad essa di contenziosi fra paesi membri, con modalità di arbitrato ad effetti obbligatori e vincolanti per i contendenti.[1]

Un importante sviluppo dello scontro tra Palestinesi e Israeliani, a Gerusalemme Est, è stato il divieto di accesso alla Spianata delle Moschee, che ha causato forti tensioni.

A Gaza, la più grande città della Striscia, si vive in una condizione di estrema criticità, una delle condizioni più penose degli ultimi tempi, a causa di una delicata crisi sanitaria, della carenza d’acqua, dell’assenza di energia elettrica (senza elettricità è impossibile qualunque tentativo di ripresa). Gaza è assediata, indifesa e senza appoggio dei Fratelli Arabi. L’Autorità Nazionale Palestinese è presa in ostaggio e condizionata dagli aiuti internazionali: come potrà mantenere tre milioni di Palestinesi? (ANP è il complesso degli organismi transitoriamente incaricati di amministrare quelle porzioni del territorio della Palestina[2]). Gli Stati Uniti bloccano i miseri aiuti finanziari che arrivano all’ANP, e mai come oggi il Mondo Arabo è diviso e debole.

È certo che le complesse dinamiche dei rapporti internazionali suggeriscono prudenza nell’assumere posizioni critiche nei confronti di uno o dell’altro. E la storia dovrebbe insegnare che ogni potenza occupante crea indiscutibili disagi alle persone. Le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, mai rispettate da Israele, sono iniziate nel lontano 1948 e continuano fino ai giorni nostri.

Gli Arabi dimenticano la Palestina e stringono alleanze con Tel Aviv, per affrontare quello che viene definito il “nemico iraniano”.

La nuova escalation di tensione vicino alla Spianata delle Moschee è iniziata con l’attacco armato avvenuto lo scorso 14 luglio, durante il quale tre attentatori palestinesi – poi tutti uccisi – hanno provocato la morte di due soldati israeliani. Con l’attentato oppure senza l’attentato, le Autorità di occupazione israeliane intendevano avviare l’istallazione di metal detector alle porte d’accesso alla Spianata, decisione che ha scatenato la reazione dei Palestinesi, delle Istituzioni islamiche e non islamiche nel mondo intero. Questa decisione di Israele ha causato aspri scontri e l’intensificarsi di violenze in tutta la Terra Santa, con un bilancio di almeno sei morti tra Israeliani e Palestinesi. Mostafa al Barghouti, Segretario generale dell’iniziativa nazionale palestinese, racconta ai colleghi di Assadakah che “La situazione è molto grave perché i militari israeliani di fronte alla vittoria ottenuta si vendicano contro i fedeli, nella piazza della Grande Moschea, lanciando bombe lacrimogene”. Alla domanda posta su che cosa è possibile fare, la risposta di Mostafa al Barghouti è stata: “Non possiamo contare sui Paesi Arabi, siamo dimenticati da tutto il mondo. L’Autorità nazionale Palestinese deve rivolgersi alle Organizzazioni internazionali per denunciare la repressioni. I feriti sono più di 1300, alcuni gravi, e non dimentichiamo i martiri”. Una battaglia è stata vinta, ma finché esiste l’occupazione esistono altre battaglie, perché l’occupazione diventa sempre più opprimente a causa dei sequestri di terreni e a causa delle prigioni affollate.

La situazione è esplosiva, tanto che ha spinto il Movimento di Hamas a rivedere la politica e progettare un alleanza con Tehran, Hezbollah e la Siria, tutti partner che riconoscono i diritti dei Palestinesi.

Gli Stati Uniti avrebbero dovuto garantire gli accordi raggiunti tra l’Autorità Palestinese e Israele, ma oggi gli Stati Uniti sono schierati con Tel Aviv, anche perche i Paesi Arabi non sono più in grado di fare pressione sull’Amministrazione americana. I Paesi Arabi sono impegnati in una disputa destinata a non migliorare nel tempo: il fallimento della mediazione del Kuwait: l’Emiro Ahmad Jaber Sabah ha diretto egregiamente la trattativa per risolvere la grave crisi tra il Qatar e i quattro Paesi che unilateralmente hanno imposto un embargo contro Doha.

Comprendere la linea politica degli Stati Uniti nella Regione mediorientale non è facile: sono arrivati per combattere il terrorismo, ma in tre anni non c’è stata nessuna vittoria. I continui bombardamenti, anche con il fosforo, sembra siano l’unica cosa certa. Sono morti migliaia di civili e militanti che combattono il terrorismo.

Due giorni fa la Mobilitazione Popolare e l’Esercito Iracheno hanno inflitto un duro colpo al terrorismo in Irak. Le Brigate dei Martiri (Sayed al Shuhadaa), parte delle Unità per la mobilitazione popolare irachena (PMU, coalizione paramilitare di milizie a maggioranza sciita) hanno accusato gli Stati Uniti di aver ucciso 40 dei loro combattenti in un raid aereo al confine con la Siria. Con un comunicato, Hashed Chaabi promette “conseguenze per i responsabili di questo atto criminale che non rimarrà impunito”. Sayed al Shuhadaa chiede al Governo iracheno di aprire un’indagine sull’accaduto, indicendo una riunione urgente della Resistenza Islamica in Iraq per decidere quale sarà la risposta più appropriata.


[1] Art. 5 del trattato di cooperazione CAEU-CEE del 1982.
[2] … occupate da Israele e dalle quali progressivamente l’esercito dello Stato ebraico si va ritirando, in base a una lunga e laboriosa serie di accordi avviati nel 1993. [http://utenti.quipo.it/itislanciano/premio03/mauro/ANP.htm]

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