GIORDANIA, SABBIA ROSSA E ORGOGLIO

GIORDANIA, SABBIA ROSSA E ORGOGLIO

di Roberto Ruberti

Foto di Roberto Ruberti

Esiste un paese al centro di un territorio giunto agli onori della cronaca per aver vissuto negli ultimi anni vicende drammatiche che vale la pena di visitare, almeno una volta nella vita ed è la Giordania.

Confesso che le prime reazioni che ho ricevuto in Europa parlando di questo progetto di viaggio sono state ansiose e scoraggianti e forse proprio questo, ma nel contempo, mi ha spinto ad approfondire l’idea di partire.

Sebbene geograficamente il paese si posizioni tra la Terra Santa, l’Iraq e la Siria, il governo giordano ha saputo garantire sia un equilibrio interno che una stabilità sociale ed i suoi confini non hanno mai sofferto davvero il pericolo di incursioni esterne, anche grazie alla durezza ed alla preparazione del suo esercito di frontiera, composto principalmente da beduini (da badawiyyīn, ovvero abitanti del deserto) dei cittadini avvezzi alla vita dura e con una mira infallibile, dovuta all’abitudine di tenere, per motivi di caccia, un fucile in mano  già dalla prima adolescenza, inoltre i beduini, con alcuni dei quali ho vissuto durante la mia permanenza nel deserto giordano, conoscono il territorio come nessun altro.

Pertanto, appurata una generale condizione di sicurezza del paese, ho fatto la valigia e sono partito con destinazione Amman.

La capitale giordana appare agli occhi del visitatore forestièro, dinamica e vivace, ho purtroppo giusto il tempo si respirarla per una giornata, preparandomi al lungo esodo verso sud. La mia Giordania è stata infatti soprattutto la voglia di scoprire i  tesori di Petra e di perdere lo sguardo tra le montagne disseminate nel deserto del Wadirum.

Mi vennero in mente raccomandazioni pessimistiche riguardo al sistema di trasporti del paese, ma devo riconoscere che con una buona organizzazione, si riesce ad essere esattamente dove si vuole e nei tempi previsti, utilizzando un misto di viaggi in bus e taxi collettivi.

La prima lunga rotta mi ha visto partire all’alba con un bus della compagnia JETT da Amman destinazione Petra, gioiello urbanistico nabateo di 2000 anni fa, procedendo per otto ore sotto un sole cocente, che rendeva i paesaggi aridi sulla strada ancor più surreali.

Una volta arrivato a Wadimusa, un agglomerato urbano situato a ridosso del complesso archeologico di Petra, ho preso informazioni sul modo migliore per visitare il suo tesoro, e una volta aperto gli occhi la mattina seguente, prima dell’alba, mi sono incamminato tra le strade silenziose.

Ricordo, dato il periodo di bassa stagione, di essere stato l’unico di fronte al cancello dei visitatori all’orario di apertura. Una volta entrato mi sono incamminato per il Siq, la strada principale che per 1200 metri conduce negli intestini del complesso archeologico. Gli intestini appunto, sono rappresentati da un passaggio all’interno di un imponente canyon che raggiunge un’altezza di 200 metri e che si restringe fino a due metri di larghezza, creando un percorso in cui il silenzio di quella mattina portava alle mie orecchie ogni piccolo rumore dei dintorni. Percorrendo questo suggestivo sentiero scavato nella roccia, ad un tratto si giunge di fronte ad Al Khazneh (tesoro in arabo) gigante nabateo trionfo di simmetria, raffinatezza e grandiosità risalente a duemila anni fa. A quell’ora il sole entrando tra le rocce del canyon lo rende ancor più meravigliosamente bello.

Oltre al Tesoro, il complesso di Petra regala agli occhi un infinità di opere monumentali, tombe reali e preziose rovine che nel mio caso, hanno visto come ultima il monastero, Al Deir, imponente edificio del secondo secolo avanti Cristo situato su un’altura faticosamente raggiunta dopo ore di cammino, sudore, ma con continue emozioni.

Lasciata Petra con i suoi gioielli inestimabili, il viaggio è continuato verso il deserto del sud, il Wadirum.

Ci sono diversi modi di godere del deserto, alcuni preferiscono la comodità di un Tour di qualche ora, che limita al massimo il disagio del caldo e del sole prepotente e nelle quali riempire velocemente gli occhi con i suoi paesaggi ed i suoi colori, io invece decisi di viverlo per quattro giorni e tre notti in un accampamento con gli abitanti di quegli spazi.

Sono sempre stato dell’idea che l’esperienza del deserto, per essere compresa a pieno, non possa e non debba prescindere dallo stretto contatto con gli abitanti che vi vivono, ossia qui nel Wadirum, i beduini.

I giovani beduini con cui ho vissuto, hanno un ritmo di vita peculiare, dovuto all’asprezza del territorio. Avendo capito quanto il deserto possa essere forte ed imporsi sugli esseri viventi che lo abitano, i beduini ne assecondano gli umori; per esempio se durante il giorno il sole rende invivibili le distese aride, loro dormono, sonnecchiano all’ombra bevendo il loro caratteristico tè, senza frenesie, aspettando la notte, ed è quello che anch’io a volte ho fatto ritrovandomi con loro dopo il tramonto intorno al fuoco ad ascoltarli suonare la loro musica mistica, fumando e bevendo tè, sotto una luna piena di speranza fino al giorno del mio ritorno ad Amman.

La Giordania, con i suoi colori, la sua musica ed il suo cibo è innanzitutto un paese arabo, e come paese arabo è orgogliosa delle proprie tradizioni. Quello che ho apprezzato del paese, come in tutti gli altri dell’area che ho visitato è il modo con il quale si presenta al viaggiatore, rimanendo intatto, forte della sua essenza e soprattutto, caratteristica che ho amato, poco incline a farsi cambiare i connotati dal materialismo economico dell’industria turistica, che anno dopo anno, annienta le peculiarità dei popoli autoctoni, sostituendole con fast food e musica occidentale da juke box, per allietare il turista viziato e facendolo sentire paradossalmente, a migliaia di chilometri di distanza, esattamente come a casa sua.

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