Il campo di Ain El Helweh 100 abitanti in 2 km

Di Sebastiano Caputo
Inviato del Giornale

Ad Ain el Hilweh, campo profughi palestinese che ha superato i cento mila abitanti a causa dell’afflusso di rifugiati siriani, non mi fanno entrare a causa degli scontri a fuoco degli ultimi giorni tra le fazioni che lottano per l’egemonia. Alcune di loro sono legate all’Isis, altre ad Al Nusra, altre ancora a Fatah. È la sintesi perfetta di come è stata ridotta la causa palestinese nel Vicino Oriente: infiltrata da servizi segreti, contaminata da ideologie settarie, corrotta dal denaro. Divisa, soffocata, uccisa. L’esercito libanese apre e chiude i cancelli di metallo ma non è autorizzato a varcarli per via degli accordi de Il Cairo, intorno alle mura ricoperte dal filo spinato, c’è il villaggio cristiano di Darbes Es Sim che ho visitato per comprendere come si vive accanto alla cosiddetta “terra di nessuno”. Fino a qualche decennio fa c’erano 600 case, ora solo 240. I più giovani lo hanno lasciato per raggiungere la capitale o cercare un futuro fuori dal Libano. Gli altri invece, quelli che hanno deciso di restare, mi raccontano con estrema lucidità la loro situazione. “Non è piacevole vivere accanto ad Ain el Hilweh ma non dobbiamo farci prendere dall’isteria, sappiamo perfettamente perché viviamo questa condizione – mi spiega il capo del villaggio – la verità è che l’Occidente svolge gli interessi di Israele nella regione”. Chiedo di approfondire. “Israele sa perfettamente che per distruggere gli Stati limitrofi deve prima cacciare tutti i cristiani dalle loro terre, come accaduto in Iraq dopo l’intervento statunitense e in Libano durante la guerra civile, e islamizzarle. I leader musulmani sono in grado di costruire Stati forti e coesi solo se noi cristiani siamo una componente attiva”. Ora capisco perché qualche giorno fa Bashar Al Assad ha detto pubblicamente le seguenti parole: “I cristiani non sono ospiti o uccelli migratori. Sono qui dalle origini della nazione e senza di loro la Siria non esisterebbe”.

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