La svolta del Presidente Erdogan e il contributo dell’Arabia Saudita

Talal Khrais, Damasco
Bogdana Ivanova, Sochi
Mohamad Eid, Deir Ezzour
Paola Angelini, Roma (Analisi)

Analisti occidentali e statunitensi hanno affermato frequentemente che per sconfigge quel sistema pregiudiziale di ostilità al progresso e alle idee più innovative, cioè lo Stato dell’oscurantismo, ci sarebbero voluti moltissimi anni. La collaborazione delle Forze Armate e l’unità di tutta la popolazione avvicina le possibilità di sconfiggerlo.

Le ultime notizie sono sufficientemente rassicuranti, i dati confermano che lo Stato Islamico controlla il 2% del territorio siriano, e il 2% del territorio iracheno, mentre tutto il territorio libanese, controllato dalle Forze Armate Libanesi e dalla Milizie di Hezbollah, è libero. La caduta di Raqqa, dell’ultimo bastione militare di Deir ez-Zor, della città di al Abou Kamal, di Mosul e Tall ‘Afar (nella parte irachena) ha costretto l’Isis a ripiegare in piccoli centri. Ora è assediato da tutti i lati, è braccato in quello che può essere l’ultimo assalto da parte delle forze irachene, siriane e degli alleati.

Si potrebbe dare ragione a Vladimir Shamanov, ex ufficiale russo che guida il Comitato di difesa della Duma, il quale afferma: “Entro la fine dell’anno l’Isis non esisterà più come struttura militare organizzata”. Ma l’Isis può sfondare ancora a nord del Sinai, ogni giorno soldati egiziani e civili sono uccisi ferocemente, e questo è un punto debole che dovrà essere affrontato e risolto. Della stessa opinione sono gli esperti militari. Né si possono ignorare i pesanti attentati subiti. L’ultima è la strage nella Moschea al Rawda, nel Nord del Sinai.

La Repubblica Araba Egiziana, al momento, sembra interessata ad affiancare le avventure dell’erede al trono Mohamad Bin Salman, e allo schieramento nel Qatar piuttosto che collaborare con gli eserciti iracheno e siriano. Il nostro collega Nouri Chibani, corrispondente in Libia, sostiene che è diventata un porto sicuro per i gruppi terroristici, molti combattenti, sconfitti in Iraq e in Siria, sono arrivati nel Paese Nord Africano e l’Isis può contare su 5.000 (combattenti). Sirte conquistata dal 2015, è la città costiera dov’è nato Gheddafi.

Malgrado la vittoria contro lo Stato Islamico, la guerra in Siria, in Iraq è stata lunga, sanguinosa, e riuscire a ricostruire con esattezza gli eventi non è facile. Il Presidente Bashar al Assad, dopo la liberazione della città di confine con l’Iraq, il 21 novembre scorso, ha incontrato il Presidente della Federazione Russa Valdimir Putin, un incontro significativo per la vittoria di entrambi gli Stati amici contro il terrorismo. Il meeting del giorno dopo, probabilmente, cambierà tutti gli equilibri, e passerà per un incontro dalle larghe intese, finalizzato alla lotta contro il terrorismo. Ospite gradito: la Turchia.

A Sochi sul Mar Nero, nella residenza di Vladimir Putin tutti i grandi per discutere il futuro della Siria, convocata la Repubblica Islamica dell’Iran e la Repubblica Turca. Meeting anticipato da riunioni con Ministri degli Esteri, Capi di Stato maggiore, Ali al Mamlouk come un osservatore e uomo forte della Siria e, soprattutto, durante i colloqui Bashar al Assad ha confermato il suo impegno al processo politico di riforme costituzionali e per arrivare a elezioni presidenziali legislative. Contemporaneamente un gruppo di persone, ostinatamente contrari al Presidente al Assad, si è ritrovato a Riad, sotto la tutela dell’Arabia Saudita. Gli oppositori hanno accettato di trattare con il legittimo Presidente della Siria. Tutto questo alla vigilia delle ampie trattative che riprenderanno la prossima settimana a Ginevra.

La Siria è pronta a sostenere la riforma costituzionale nel Paese con libere elezioni sotto l’egida dell’Onu, lo ha detto anche il garante del Presidente russo Vladimir Putin, anche lui a Sochi insieme ai Presidenti di Turchia e Iran, in quella trilaterale sulla Siria. A loro ha riferito della conversazione avuta lunedì a Sochi con Bashar al Assad.Il Presidente iraniano Hassan Rohani ha detto che: “Senza il permesso del legittimo Governo non è giustificata la presenza di forze straniere in Siria”. A suo avviso la crisi in Siria “E’ stata creata artificialmente e ci sono potenze che dicono di sostenere la democrazia e i diritti umani ma perseguono nello sfruttamento del terrorismo. In nessun caso la creazione delle zone di de-escalation o qualunque altra iniziativa politica sulla soluzione della crisi siriana deve minare la sovranità, l’indipendenza, l’unità o l’integrità della Repubblica araba siriana”. Lo si legge in una dichiarazione congiunta dei presidenti di Russia, Turchia e Iran resa nota dopo il vertice a Sochi.

Putin ha proposto infine ai leader di Turchia e Iran di discutere di un possibile programma complessivo di lungo termine per la ricostruzione della Siria dopo la guerra.

A Riyad  decisione storica dei 140 membri dell’opposizione siriana: hanno stabilito di partecipare ai prossimi negoziati delle Nazioni Unite, a Ginevra con una propria delegazione congiunta. Possiamo affermare che l’Arabia Saudita sta facendo passi positivi verso la pace. I punti chiave saranno le dimissioni di Bashar al-Assad, e nessun ruolo attivo per il Presidente nel periodo di transizione.

Il portavoce dell’opposizione Firas Al-Khaldi ha specificato:“I partecipanti sono d’accordo sull’importanza delle dimissioni del Presidente e della caduta del regime, mentre la Russia ha espresso qualche riserva”.

Secondo la nostra collega Bogdana Ivanova, il Presidente russo Vladimir Putin ha chiesto a Governo e opposizione siriani di elaborare un piano per la struttura del nuovo Stato che comprenda una nuova costituzione ed elezioni con la supervisione delle Nazioni Unite. Mentre in Siria proseguono i bombardamenti, il delegato dell’Onu, Staffan de Mistura è a Mosca (in queste ore) alla ricerca di una soluzione comune in vista dei negoziati di Ginevra, previsti il prossimo 28 novembre.

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