A Gerusalemme proteste contro l’inaugurazione dell’Ambasciata USA

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Abdul Nasser Abu Aoun, Ramallah

Khaled Faqih, Gaza

Il Presidente Trump ha scelto la data della Nakbah per fare esplodere la rabbia palestinese: trasferire la rappresentanza diplomatica da Tell Aviv a Gerusalemme vuol dire seppellire un sogno palestinese, un diritto internazionale che riconosce Gerusalemme come soluzione del conflitto in atto, riconoscere lo Stato di Israele in cambio di uno Stato Palestinese sui territori occupati nel 1967.

Esplode la rabbia dei palestinesi nel giorno del trasferimento dell’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme, dove sono nati e cresciuti centinaia di miglia di palestinesi, la maggiore parte scapparono nel 1948 da Haifa e si rifugiarono nei Paesi Arabia.

“Non posso entrare in Palestina, vorrei tanto vederla”. Tra le 5mila persone che ieri hanno marciato a Roma, a 70 anni dalla Nakba, c’erano tantissimi giovani palestinesi. Sette decenni dopo la fondazione dello Stato di Israele, il popolo palestinese resta un popolo in diaspora: i due terzi vivono fuori dai confini della Palestina storica.

Come abbiamo visto sono stati violentissimi e non finiranno gli scontri che stanno infiammando il confine tra Gaza e Israele, con un bilancio pesantissimo che può trasformarsi in guerra civile in mancanza di applicazione delle risoluzioni delle Nazioni Unite. Le proteste nella Striscia di Gaza può essere chiamata inizio di una guerra. Mentre scriviamo gli ospedali di Gaza stanno lanciando appelli alla popolazione affinché giunga in massa per donare sangue. A Gerusalemme scoppia il dolore, repressioni e arresti contro i palestinesi arrabbiati per la sede centrale dell’ambasciata Usa in Israele, un trasferimento avvenuto da Tel Aviv a Gerusalemme.

Vengono arrestati leader palestinesi di spicco tra questi due deputati arabi del Knesset. I palestinesi contestano la decisione, considerata una guerra ai palestinesi. È il settimo venerdì consecutivo che i palestinesi protestano lungo il confine tra Gaza e Israele per rivendicare il diritto al ritorno nelle terre arabe, confiscate da Israele.

Le proteste sono cominciate lo scorso 30 marzo e si dovrebbero concludere, oggi 15 maggio, quando i palestinesi ricordano la Naqba, l’esodo seguito alla guerra del 1947-1948, e alla creazione dello Stato di Israele. In sostanza le proteste ci sono anche per rivendicare più diritti, e per dire no alla discordia piantata da Trump tra arabi, e ebrei, proteste per dire no al trasferimento deciso dall’amministrazione Trump dell’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, con cui Washington intende sancire il proprio riconoscimento della città santa quale capitale di Israele. Il trasferimento di lunedì 14 maggio. Le proteste continueranno e il numero delle vittime è in forte crescita, il mondo assente, l’Europa che ha chiesto sacrifici ai palestinesi in cambio di uno Stato ben lontana dalla Terra Sacra, l’Italia non se ne parla ha abbandonato il suo ruolo di essere parte dell’autorevole diplomazia da molto tempo.

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