Accordo Israele-UAE – Beirut non esclude discussione su confini nazionali

Enzo Parziale – L’annuncio giovedì dell’avvio di uno storico processo di normalizzazione dei rapporti tra Emirati Arabi Uniti e Israele sta avendo un effetto domino: il canale 12 israeliano ha riportato ieri indiscrezioni secondo cui è questione di giorni perché anche il Bahrain si accodi agli Emirati nell’apertura verso lo Stato ebraico, come emerge da una serie di colloqui telefonici tra il capo del Mossad Yossi Cohen e il primo ministro Khalifa bin Salman Al Khalifa.

Venerdì Jared Kushner, genero e consigliere di Trump, e uno degli artefici dell’avvicinamento dei Paesi del Golfo con Israele, in un’intervista alla Cnbc ha detto che crede sia “inevitabile” che anche l’Arabia Saudita normalizzi le relazioni con Gerusalemme. Ma il titolo più sorprendente l’ha fornito il Presidente libanese Michel Aoun, alleato di Hezbollah dal 2006. A una domanda della Tv BFM francese sull’eventualità che il Libano consideri la pace con Israele, ha risposto “dipende. Abbiamo problemi con Israele e dobbiamo risolverli prima”. E sull’accordo di normalizzazione che sta rimescolando tutte le carte nello scenario mediorientale, si è limitato a dire che “gli Emirati Arabi Uniti sono uno Stato indipendente”. Il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah si era unito a Turchia, Iran e Autorità palestinese nel condannare l’accordo che “tradisce l’Islam e il mondo arabo”.

Le dichiarazioni di giovedì si stanno trasformando in azioni in tempi record: mentre è già al vaglio la nomina del primo ambasciatore israeliano in uno Stato del Golfo, una delegazione guidata dal numero uno del Mossad Yossi Cohen e dal capo del Consiglio per la Sicurezza Nazionale Meir Ben Shabbat, si recherà nei prossimi giorni ad Abu Dhabi per avviare i colloqui sulla formalizzazione dei rapporti diplomatici tra i due Stati.

Nei due giorni che sono trascorsi dall’annuncio epocale, è stato un susseguirsi di interviste con cittadini emiratini sulla stampa israeliana. Il corrispondente per il mondo arabo della Tv pubblica Kan11, Roi Kais, in meno di 48 ore era già a Dubai, il primo giornalista israeliano a trasmettere in ebraico di fronte all’iconico Burj Khalifa. Il canale 12 chiude un cerchio con l’intervista in prime time di Ohad Hemo a Dhahi Khalfan Tamim, il capo della polizia di Dubai che nel 2010 aveva ricostruito e svelato al mondo che c’era il Mossad dietro l’omicidio del leader di Hamas, Mahmoud Al-Mabhouh, avvenuto in una stanza dell’Hotel Al Bustan della sua città. Persino lui non esita a dire che “è giunto il momento della pace”. E poi le voci di blogger, direttori di hotel, mercanti dello souk pakistani e afghani – tra quei lavoratori stranieri che costituiscono l’80% della popolazione locale – che si dicono pronti ad accogliere i turisti israeliani.

Il nuovo connubio israelo-emiratino va di pari passo con la crescente rabbia mista a frustrazione della leadership palestinese. Da 13 anni lacerata dalla divisione tra Cisgiordania governata da Fatah e Striscia di Gaza sotto Hamas, ha trovato una convergenza nella ferma condanna dell’accordo: il capo politico di Hamas, Ismail Haniyeh, e il Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) hanno avuto un raro colloquio telefonico per proclamare l’unità di intenti nel contrastare l'”Accordo di Abramo”, definito “un tradimento di Gerusalemme, della Moschea di Al Aqsa e della causa palestinese”.

Nell’account Twitter ufficiale di Fatah, sotto l’hashtag “la normalizzazione è tradimento”, è un susseguirsi di caricature che rappresentano “la pugnalata alle spalle degli Emirati”, e di immagini dei presidi nelle città palestinesi con i ritratti dati alle fiamme del reggente emiratino, del presidente Usa e del premier israeliano. Abu Mazen ha chiesto la convocazione della Lega Araba per condannare gli Emirati, ma l’aperto sostegno all’accordo da parte di Paesi chiave come Egitto, Giordania, Bahrain, Oman, lascia presumere che, se anche si dovesse riunire, non verranno pronunciate dichiarazioni risolutive.

Sull’altro versante mediorientale, i quotidiani emiratini rilanciano la posizione ufficiale dei reggenti di Abu Dhabi. “È un patto per garantire la stabilità regionale” titola Al-Ittihad: abbiamo fermato la minaccia di annessione da parte israeliana e continuiamo a impegnarci per il raggiungimento della soluzione a due Stati. Anche la stampa saudita invia messaggi, rassicuranti quanto incalzanti, ai palestinesi. In un articolo sul quotidiano online Al-Khaleeg, l’analista Abd al-Aziz bin Razen scrive che sono “i grandi vincitori” di questo accordo che ha l’obiettivo di “proteggere i diritti del popolo palestinese, che Hamas ha spinto tra le braccia dell’Iran”.

Sullo stesso quotidiano saudita il ricercatore emiratino Salem al-Ketbi aggiunge: “gli Emirati stanno agendo negli interessi dei palestinesi e di tutta la regione, usando il proprio ruolo per neutralizzare l’escalation di violenza che sarebbe potuta scaturire da un’annessione israeliana di terre palestinesi”. L’accordo con Israele invece “rimette in campo la possibilità di una soluzione politica e crea nuove opportunità per il processo di pace”.

I palestinesi non ci stanno. Hanno richiamato l’ambasciatore e invocano una ribellione popolare nel mondo arabo per scongiurare altre iniziative che violino il principio per cui “non può esserci normalizzazione con Israele senza il riconoscimento di uno Stato palestinese nei confini del ’67”. Va aggiunto che i rapporti tra Anp ed Emirati erano in crisi già da tempo, anche per la presenza ad Abu Dhabi di Mahmoud Dahlan, ex capo di Fatah a Gaza e acerrimo rivale di Abu Mazen. Jibril Rajoub, Segretario Generale di Fatah e tra i papabili per la futura guida dell’Anp, sabato ha espulso Dahlan dal partito accusandolo di essere tra gli estensori della nuova alleanza con Israele.

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