Analisi – L’accordo Russi-Turchia può essere l’inizio di una nuova fase per il Medio Oriente? Roberto Roggero

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Roberto Roggero

Per settimane, il mondo ha guardato con ansia mentre le truppe del governo siriano preparavano un’offensiva contro la roccaforte ribelle di Idlib, che tutti vedevano come un imminente bagno di sangue. All’ultimo minuto, Russia e Turchia (dopo molte consultazioni con l’Iran) hanno annunciato un accordo per creare una zona smilitarizzata nell’area e chiedere che i ribelli “estremisti” deponessero le armi. Con questo accordo, accettato dal governo siriano e dall’opposizione, sembra che alla gente di Idlib sia stata concessa una tregua.

Di certo, pur non essendo una soluzione permanente, l’accordo evidenzia le mutevoli relazioni internazionali in atto nella regione. Da quando la primavera araba ha sradicato i vecchi regimi, l’ordine internazionale in Medio Oriente è stato in costante cambiamento. C’è da chiedersi se l’accordo tra Russia e Turchia rappresenti la nuova normalità per la regione, e se la conseguenza potrebbe essere l’ingerenza di una grande potenza come la Russia, nella gestione politica del territorio.

L’ordine regionale è in evoluzione, Russia e la Turchia hanno svolto un ruolo importante nella guerra civile siriana, lottando per il dominio regionale nelle odierne “nuove guerre arabe”. La Russia sostiene il governo siriano, mentre la Turchia appoggia alcuni ribelli e si oppone ai militanti curdi che operano in Siria. E’ un mosaico con ancora molte tessere che non trovano la loro collocazione, e tuttavia potrebbero segnare una nuova era di relazioni in Medio Oriente.

I negoziati fra gli Stati arabi hanno contribuito alla formazione della Lega Araba come associazione di Paesi sovrani, espressione di un panarabismo per guidare il comportamento degli Stati firmatari, e i conflitti in Medio Oriente non sono dovuti solo a contrastare i vari interessi, ma a condividere “modelli di sopravvivenza politica”. Gli Stati fragili hanno giustificato la loro autorità facendo appello alla ideologia panaraba, e mentre l’ordine panarabo degli anni ’60 portava alla ribalta leader come l’egiziano Gamal Nasser, le popolazioni rimanevano sotto il dominio autoritario e lo sviluppo economico stagnante. Soffrirono direttamente quando le aspirazioni panarabe contribuirono allo scoppio della guerra del 1967. I successivi negoziati sostituirono, di fatto, il panarabismo con la sovranità convenzionale, assunta come norma.

Nel Medio Oriente post Guerra Fredda, la polarizzazione ideologica fra islamici e forze tradizionali, ha spinto gli Stati a definire sempre più precisamente la loro direzione politica, e guidò i molti tentativi di rovesciare i regimi rivali. La natura delle primavere arabe del Medio Oriente non è chiara come si potrebbe pensare. Stiamo assistendo a una lotta fra Stati prevalentemente sunniti e sciiti, oppure a una divisione fra forze rivoluzionarie e contro-rivoluzionarie?

L’accordo Idlib non si adatta a nessuno di questi modelli. La Turchia sunnita è generalmente favorevole ai movimenti rivoluzionari; l’Iran sciita si concentra sul rafforzamento dei rapporti con gli alleati; la Russia sta appoggiando la Siria contro i movimenti rivoluzionari. In quest’ottica, la tregua di Idlib potrebbe essere solo un accordo che bilancia (temporaneamente) gli interessi in competizione, ma potrebbe anche rappresentare un nuovo modello per l’ordine regionale, ed essere il prologo a una gestione unilaterale dell’intera regione. Potrebbe succedere, in quanto la grande potenza, ovvero la Russia, che si è posta come arbitro della situazione, è di fatto grande potenza perché gli altri Stati in campo le hanno riconosciuto tale ruolo, se pure per poter uscire dalla crisi e avere speciali diritti e vantaggi al tavolo delle trattative. Non è la prima vola che succede, anzi, è sempre avvenuto quando un arbitro internazionale riesce ad essere riconosciuto tale, perché a lui gli altri fanno ricorso. In virtù di questo potere, e delle relative scelte politiche, possono essere rivendicati determinati diritti. Ma la gestione di grande potenza non è solo un insieme di politiche, bensì una istituzione primaria nel sistema internazionale, un insieme concordato di regole e norme che forniscono ordine dove prima regnava il caos, che alcuni chiamano anarchia, forse impropriamente.

L’accordo Idlib potrebbe essere un caso emblematico di gestione della situazione, da parte di una grande potenza. La Russia ha lavorato per espandere la sua influenza in Medio Oriente, e la Turchia ha sempre più affermato il suo potere regionale, mentre i suoi valori tradizionali svaniscono sotto la guida del presidente Erdogan.

Entrambi gli Stati sembrano considerarsi grandi potenze, con ruoli speciali da svolgere nella politica mediorientale. E l’accordo Idlib non solo risolve il conflitto in Siria, ma stabilisce anche linee guida per i numerosi stati coinvolti. Augurandosi che possa portare a una pace duratura, anche se le premesse non sono molto positive.
Russia, Turchia e Iran si sono riuniti e hanno deciso le regole per gli stati regionali. Altre crisi, che sembrano coinvolgere divisioni settarie, rivoluzionarie e conservatrici, potrebbero in realtà essere tentativi falliti della gestione da parte di grande potenza. In particolare, il blocco del Qatar da parte dell’Arabia Saudita, degli Emirati Arabi Uniti e di altri stati, sembra controllare le inclinazioni rivoluzionarie del Qatar. Ma è anche il caso dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti, che cercano di stabilire una serie di regole da adattare, o in caso imporre, all’intera regione. In realtà, le richieste che hanno emesso, specificando come il Qatar dovrebbe cambiare il suo comportamento in politica estera, sembrano intese a indicare una direzione comune, in sostituzione alle scelte dei singoli Stati.

L’intervento dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi nella guerra civile dello Yemen, una catastrofe umanitaria, è diventato una guerra per procura, con l’Iran che riflette le divisioni settarie. Tuttavia, la giustificazione saudita ufficiale l’intervento è il ripristino del governo Hadi internazionalmente riconosciuto nello Yemen. Quindi, anche questa lotta settaria include grandi potenze regionali che vogliono dirigere gli affari degli altri Stati.

Recenti studi su Marocco e Giordania suggeriscono che questi stanno cercando analogamente di trovare il proprio giusto ruolo nell’ordine regionale. Una gestione di grande potenza può quindi estendersi oltre la cooperazione turca e russa, come mezzo sempre più accettato per risolvere le crisi regionali. Invece di promuovere gli interessi degli alleati settari o ideologici, gli Stati potenti della regione potrebbero cooperare attraverso queste divisioni, per stabilizzare la regione in base ai loro scopi.
Non tutti gli sviluppi nella regione fanno parte di una competizione a somma zero fra Iran e Stati sunniti. A volte, come nel caso di Idlib, gli Stati stanno tentando di elaborare linee guida per strutturare le relazioni regionali, sebbene queste linee guida siano a indubbio beneficio di chi le costruisce. Se gli stati considerano le crisi come opportunità per una gestione di una grande potenza, il compromesso potrebbe essere più probabile, come in Idlib. Tuttavia, qui la stabilità si riferisce solo all’armonia fra gli Stati. Le regole delle grandi potenze regionali fanno parte della loro gestione del Medio Oriente, e non saranno necessariamente nel miglior interesse delle popolazioni di questi Stati. L’attuale modello di gestione della grande potenza può aiutare a stabilizzare la Siria, ma non necessariamente migliorerà il benessere dei suoi abitanti.

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