Armenia Paese dell’anno 2018

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Roberto Roggero

Secondo l’autorevole settimanale britannico “The Economist”, l’Armenia è a pieno diritto “Paese dell’Anno 2018”, nominato dopo una attenta e difficile analisi della situazione internazionale e dei progressi più sensibili a livello politico, sociale, umano e culturale.

Nel 2017 era stata la Francia, ma attualmente è scossa da problemi interni e da proteste popolari. Il Myanmar, Paese dell’Anno 2015, è sconvolto da una situazione politica instabile e dalla regressione, oltre al preoccupante fenomeno della persecuzione della minoranza Rohingya.

La prima posizione assegnata all’Armenia non è tata una scelta acile, a quanto dichiarato da “The Ecomonist”, in quanto era stata presa in esame insieme ad altri paesi quali Gran Bretagna (perfino un paese ricco, pacifico e apparentemente stabile può incendiare distrattamente le sue disposizioni costituzionali senza alcun serio piano per sostituirle); Irlanda (per aver resistito a una forma di Brexit che avrebbe minato la pace interna, e per sedare democraticamente il dibattito sull’aborto); Ecuador e Perù (che stanno rafforzando le istituzioni democratiche, come la magistratura); Brasile Messico (che si stanno dirigendo verso forme di tolleranza populista); Sud Africa (che da saputo decretare la fine del mandato del presidente Jacob Zuma, colpevole di un vero e proprio saccheggio di stato, e ha voluto nominare Cyril Ramaphosa, che ha portato al governo gente onesta e competente ).

Sul podio, alla fine, la scelta è stata fatta fra tre candidati. La Malesia avrebbe potuto essere un degno vincitore, tranne che il nuovo primo ministro, l’anziano Mahathir Mohamad, sembra riluttante a voler appianare le divergenti preferenze razziali del paese e consegnare il potere come concordato con il suo partner più liberale, Anwar Ibrahim, ex prigioniero politico.

Vi era poi l’Etiopia, che in effetti ha avuto un anno straordinario. È un paese molto vasto, con 105 milioni di persone e una lunga storia di tirannia e dolore. Il regime marxista della Guerra Fredda ha massacrato e affamato milioni di persone. I guerriglieri guardarono alla Cina per ispirazione ideologica e prestiti finanziari. C’è stato un certo successo nel ricostruire un’economia desolata, ma anche scontri a fuoco e vittime fra i manifestanti dell’opposizione. Dopo che gli animi sono esplosi in seguito a elezioni truccate nel 2015, quest’anno il partito al governo ha scelto un leader riformista, Abiy Ahmed, che ha rilasciato prigionieri politici, e ha promesso di tenere elezioni democratiche nel 2020. C’è stata finalmente la pace con l’Eritrea, con l’apertura di un confine a lungo chiuso e il ripristino dell’accesso al mare, e si sta addirittura tentando di liberalizzare l’economia, gravata dal debito e guidata dallo stato, in cui è più difficile trovare una connessione telefonica rispetto alla confinante Somalia, dove regna l’anarchia. Alla fine, l’Etiopia non è stata scelta perché è tutt’altro che chiaro se il nuovo primo ministro sarà in grado di frenare la violenza etnica, e ci sono ancora oltre un milione e mezzo di sfollati.

In Armenia, le manifestazioni popolari contro il presidente Serzh Sargysan, hanno è portato al potere il deputato ed ex giornalista Nikol Pashinyan con oltre il 70% dei consensi, che è riuscito a escludere anche ogni interferenza della Federazione Russa, elemento fondamentale nel processo di scelta. A fronte di tutto ciò, l’Armenia è il Paese dell’anno 2018.

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Gli elettori hanno licenziato un primo ministro che non ha potuto spiegare adeguatamente perché ci fossero 700 milioni di dollari sul proprio conto bancario e il cui partito ha dominato la politica dagli anni ’50, se non che alle recenti elezioni, la polizia sequestrato scatole piene di denaro, gioielli e valori dalla casa dell’ex leader.

Se si dice a gran voce che le autocrazie, purtroppo, muoiono raramente in silenzio, in Armenia, invece è successo proprio questo: il presidente, Serzh Sargsyan ha cercato di ingannare il tempo, trasformandosi in primo ministro con poteri esecutivi, ma la gente è scesa in piazza in segno di protesta. Nikol Pashinyan, ex giornalista e carismatico leader, è stato portato al potere, legalmente e correttamente, in un’ondata di repulsione contro la corruzione e l’incompetenza. La sua nuova alleanza di partito ha vinto con il 70% dei voti in una successiva elezione. Il potente ma contestato Putinesque è stato espulso e nessuno è stato ucciso e a Mosca non è stata concessa alcuna possibilità di interferire.

Anche se la disputa territoriale con l’Azerbaijan non è stata risolta e potrebbe riaccendersi, una nazione antica come l’Armenia, pur trovandosi in una regione turbolenta, ha la possibilità di far vincere la democrazia e il rinnovamento. Shnorhavorum yem, Armenia.

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