Bombe chimiche a Idlib?

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Roberto Roggero

Non deve stupire che, con la battaglia in preparazione a Idlib da parte delle forze siriane, e i bombardamenti in atto da parte dell’aviazione russa, giungano notizie su ordigni a carica chimica.

Idlib oggi è la zona dove sono concentrate tutte le formazioni terroriste presenti in Siria, mischiate ai reparti ribelli dell’opposizione. Vi sono miliziani dell’Isis, del Fronte Al-Nusra e di altri gruppi fondamentalisti, mischiati all’Esercito Siriano Libero e a gruppi di ribelli finanziati dalla Turchia.

Lo scenario non è certo incoraggiante. Mentre da una parte continuano gli incontri diplomatici, e gli incaricati dell’ONU, di Mosca, Teheran, Damasco e Ankara, stanno cercando di trovare una soluzione che tarda ad arrivare, sul campo le forze degli stessi Paesi si stanno preparando allo scontro, e sarà uno scontro all’ultimo sangue, che avrà conseguenze devastanti soprattutto per la popolazione.

I servizi di intelligence britannici e americani hanno diffuso la notizia secondo la quale vi è una altissima probabilità di bombardamenti chimici da parte del governo di Damasco. Gli oppositori, da parte loro, affermano si tratti di propaganda da parte dei Paesi definiti aggressori che, sconfitti su quasi tutte la linea, ripetono come estrema risorsa, le fake news stereotipate sulle “armi chimiche di Asad”. Quelle di cui la stessa ONU ha certificato l’eliminazione completa dal territorio siriano fin dal 2013. Chi dice la verità?

Già durante la battaglia di Aleppo, la MSF (per altro non presente) aveva evidenziato affermazioni poi smentite dagli stessi abitanti, circa bombardamenti su ospedali. Successivamente vennero diffuse notizie su bombe chimiche a Idlib, mentre la diffusione di sostanze chimiche era risultata dal bombardamento di un deposito di sostanze gestito da jihadisti. Le accuse di MSF provenivano dai Caschi Bianchi, a quanto pare legati all’Isis, e secondo alcune affermazioni, anche autori di sceneggiate su presunti massacri e salvataggi, finanziati da USA e Regno Unito, e che oggi si sarebbero ritirati entro i confini israeliani.

La ripetizione dell’accusa a Damasco nell’occasione dell’imminente sconfitta dell’ultimo importante fortilizio dei mercenari jihadisti, protetti dai turchi, sembra chiaramente finalizzata a giustificare, nel caso della provocazione effettuata, un intervento militare americano, con tutte le conseguenze politiche del caso. Dal momento che la Turchia di Erdogan, che già si è appropriata della regione siriana di confine di Afrin, ha l’interesse a mantenere il controllo anche su questa regione, nell’immediata prossimità di Aleppo, c’è da ipotizzare un nuovo riallineamento delle parti in causa.

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