Giordania – Crisi economica e rischio terrorismo

Google+ Pinterest LinkedIn Tumblr +

Roberto Roggero

Come molti paesi del Medio Oriente, coinvolti direttamente o indirettamente nei conflitti in atto, anche la Giordania sta subendo le conseguenze della disastrosa situazione. Sono in atto proteste e manifestazioni, che non riguardano solo la sfera economica ma coinvolgono l’intero apparato statale, monarchia hashemita compresa, con timori per eventuali infiltrazioni del terrorismo da Iraq e Siria, corruzione e limitazioni allo sviluppo sociale.

Fortunatamente, le proteste fino ad oggi hanno avuto carattere pacifico, ma hanno già causato le prime vittime politiche, ad esempio, con le dimissioni del primo ministro Hani Mulki, e con il reale rischio del precipitare della situazione, già solo per il fatto che la Giordania confina con Iraq e Siria, dove i gruppi terroristi hanno le loro roccaforti. La fragilità interna può trasformare queste proteste e imprimere una deriva estremista, per questo è necessaria molta attenzione.

La scintilla che ha innescato la protesta è stata la riforma fiscale voluta dall’esecutivo uscente, e caldeggiata dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), che non solo in Giordania è stato causa di notevoli rovesci. Inoltre, è stata introdotta una legge che intendeva arginare gli effetti dell’inflazione e della disoccupazione ma che, secondo i critici è stata invece causa di impoverimento delle classi medio-basse.

Il nuovo primo ministro Omar al-Razzaz ha confermato l’intenzione di ritirare la legge e, seguendo le raccomandazioni del re Abdullah, ha avviato consultazioni con le parti sociali, vera anima dell’opposizione. Tuttavia, le manifestazioni di piazza sono continuate, per chiedere un cambiamento nelle politiche economiche e sociali.

Giordania, Petra

Per la prima volta nella storia recente della Giordania, anche la monarchia sembra in difficoltà a causa dell’esasperazione di un popolo sempre più impoverito e di una possibile crescita dell’estremismo islamico, ma ciò che preoccupa gli analisti è il fatto di trovarsi di fronte alla proverbiale punta dell’iceberg, in un paese che ha notevoli risorse naturali, fra cui il petrolio, assai limitate rispetto ad altri, e ospita circa un milione di rifugiati, la maggior parte dei quali iracheni, siriani e yemeniti.

Da tenere presente anche la necessità di mantenere l’equilibrio richiesto con i paesi della regione, fra cui Israele e Arabia Saudita, che comporta ulteriori problemi.

Attualmente, il 90% del Prodotto interno lordo (Pil) serve per pagare gli interessi sul debito, che però non accenna a diminuire, mentre la corruzione ha dominato la scena politica e istituzionale della Giordania degli ultimi decenni e ha contribuito al decadimento del sistema e alla sua credibilità nazonale e internazionale.

La speranza, fra le altre, è quella di stabilire adatte condizioni per ottenere prestiti dagli Stati del Golfo, che da parte loro vogliono però salde garanzie di stabilità, per concdere qualche miliardo di dollari che non siano a fondo perduto, e che sono d’altra parte, l’unica soluzione per uscire dalla crisi.

Le proteste contro la proposta del governo, che prevedeva aumenti delle tasse, dell’energia elettrica e della benzina, hanno acceso i riflettori sulla profonda crisi economica che colpisce la Giordania, dove fortunatamente tali provvedimenti, al momento, sono tenuti ancora a freno, tuttavia si percepisce un aumento delle condizioni di indigenza delle classi medie e basse del paese, che intacca la fiducia della popolazione. La crisi, infatti, rimane, le casse del regno sono vuote e il debito pubblico è alle stelle, per questo Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale stanno imponendo alla Giordania un severo regime di austerità.

La povertà, la mancanza di prospettive, amplificati dall’arrivo dei rifugiati siriani, sono il terreno di coltura ideale dove i cattivi maestri fanno crescere i frutti maligni dell’integralismo. In questo Paese, ormai, quei frutti sono troppi, e il rischio che sfuggano al controllo è alto per le possibili infiltrazioni di terroristi, che troverebbero terreno fertile nella disperazione dei più poveri.

Da tempo il governo giordano ha deciso il rafforzamento dei controlli alle frontiere, dopo la riapertura dei valici doganali, per il timore di ingresso di miliziani jihadisti, in fuga dal sud della Siria dopo la caduta di roccaforti dell’Isis come Mosul e Raqqa. I pattugliamenti del confine, lungo circa 225 km, sono stati resi possibili da un ingente dispiegamento di forze, oltre che dalla tecnologia, in parte fornita dagli Stati Uniti. A ciò si aggiunge la gestione dei campi di accoglienza per la popolazione siriana. Tutto ciò ha aumentato la tensione sociale e il rischio di reclutamento di miliziani islamisti.

La situazione economica, infatti, ha spinto il re a operare tagli ai sussidi sociali per i più poveri (circa otto milioni di persone). Misure analoghe sono previste per rispondere alle richieste del Fondo Monetario Internazionale, che ha erogato oltre 700 milioni di dollari di prestito in tre anni, in cambio di severe misure di contenimento della spesa pubblica e una rigida riforma fiscale.

Il tasso di disoccupazione è al 18%, ma i giovani senza lavoro rappresentano il 40% e si è registrato anche un calo degli investimenti esteri, che garantirebbero invece condizioni fiscali ben più favorevoli. In questo contesto aumenta anche il fenomeno del lavoro minorile.

Share.

Leave A Reply