Giordania, crisi economica e sociale

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Roberto Roggero

Se ne parla poco, eppure è un elemento chiave nello scacchiere mediorientale. Lo è stato recentemente, usato dall’intelligence americana come pedina sacrificabile da dove dar fuoco alle polveri della guerra in Siria, e oggi, che il conflitto si sta esaurendo, lo è ancora di più come catalizzatore per il futuro della stessa Siria, per una soluzione del problema palestinese, per il rientro dei profughi siriani, per il commercio e la bilancia economico-finanziaria del Medio Oriente, e per diversi altri motivi.

Mentre in Siria si combatte, la Giordania ha visto aumentare il flusso dei fuoriusciti, ha dovuto affrontare rivolte di piazza e proteste popolari, e sta ancora attraversando le conseguenze delle primavere arabe, fomentate principalmente dall’ingerenza americana nel mondo islamico-sunnita. Per non peggiorare la situazione, che hanno portato re Abdallah ad accettare le dimissioni del primo ministro, Hani al-Mulki, lo scorso giugno, soffocato dall’aumento del debito pubblico , al quale è stata messa una pezza con un pacchetto di 732 milioni di dollari, per un prestito del Fondo Monetario Internazionale di tre anni. Secondo le previsioni, il prestito doveva clamierare il rapporto fra debito e PIL, portandolo dal 95% al 77% entro il 2021, ma debiti e prestiti devono pur essere rimborsati e la Giordania si è trovata a dover adottare tagli alla spesa pubblica, e affrontare un aumento dei prezzi, soprattutto nel settore pubblico amministrativo, con effetti devastanti sul piano della stabilità politica.

Da notare che il debito pubblico, in dollari, deve essere sommato al debito interno locale, in dinari, ma il Fondo Monetario non va per il sottile e soprattutto non è solito fare differenze. Di conseguenza, nel 2016 il debito pubblico giordano ha avuto un’impennata di quasi il 5%, però in valuta estera e non in dinari della Giordania. Ne ha comunque risentito, inevitabilmente, anche la moneta locale, che ha pagato le conseguenze. Se si sommano le quote del debito esterno e interno, si sfiora il 36% al 2016, ma il peggio è che oggi, nel 2018, fra debito pubblico e PIL siamo arrivati al 95,5%, quindi molto oltre la previsione del 77%, che per altro era un dato previsto dalle banche occidentali. Re Abdallah ha ordinato il blocco dei prezzi, ma non ha potuto evitare un’impennata dei beni di prima necessità e dell’energia elettrica, anche per il fatto che, comunque, le stesse regole di mercato si prestano a ben facili aggiramenti e manipolazioni, specialmente in materia di Paesi di un certo scacchiere geopolitico.

L’ormai ex premier Hani Mulki aveva proposto un aumento della tassa su lavoro dipendente, fino al 40%, mentre la bolletta dell’energia elettrica aumentava a +55%. Un ulteriore fallimento della grande bilancia finanziaria strategica internazionale che, dopo avere clamorosamente fallito con Tunisia, Egitto e Siria, sta dimostrando che la ricetta non funziona nemmeno con la Giordania.

Nel frattempo, re Abdallah ha nominato primo ministro Omar Al-Razzaz, economista formatosi a Harvard, che ha fatto esperienza con la Banca Mondiale a Washington e ad Amman, già ministro dell’Educazione e che non è certo simpatizzante della politica di libero mercato finalizzata alla destabilizzazione del Terzo Mondo, ma che comunque non si è ancora distinto per particolari risultati raggiunti.

Il sovrano di Giordania deve per altro tenere ben presente i rapporti con i Paesi vicini, in particolare l’Arabia Saudita, per la quale non si è ancora espresso, soprattutto a favore della politica del principe Muhammad bin Salman. Non pochi ipotizzano che il mancato appoggio di Amman e Riyad, potrebbe essere all’origine di alcune occulte mosse politiche e finanziarie per la destabilizzazione della Giordania, soprattutto perché re Abdallah deve stare attento a non sbilanciarsi nei confronti degli altri Paesi dello scacchiere mediorientale che, volente o nolente, comprende anche Israele.

In questo contesto, a influenzare le condizioni della Giordania è anche l’alto numero dei rifugiati, oggi stimati in almeno 680mila censiti, più altri 550mila non registrati, almeno questa è la cifra indicata. Il tutto con una popolazione di circa 10 milioni di abitanti, mentre la sola crisi in Siria è costata alla Giordania non meno di 3 miliardi di dollari.

Secondo i dati dell’ONU, alla fine del 2017 in Giordania si trovavano 2,2 milioni di palestinesi, oltre 650mila siriani, e altri 315mila lavoratori stranieri ufficialmente registrati, e ad oggi, nel settembre 2018, i soli lavoratori stranieri potrebbero avere raggiunto quasi il milione di presenze, rispetto al totale della popolazione giordana. La maggioranza sono egiziani, per almeno il 60%, poi bengalesi, filippini, e indiani continentali e dello Sri Lanka. Questo eterogeneo insieme, fa sì che la Giordania riceva 1,7 miliardi di dollari in fondi e prestiti internazionali, in cambio della disponibilità dei propri mercati, ben disposti soprattutto nei confronti dei vicini siriani. In questo scenario, l’economia nazionale giordana muove oggi un volume di 38-40 miliardi di dollari all’anno.

Le esportazioni funzionano soprattutto nel settore tessile, con il 75-80% in USA, grazie al Trattato di Libero Scambio fra i due Paesi. Inoltre, lo scorso anno Amman ha ricevuto oltre 900 miliardi di dollari in fondi esteri, di cui 145 milioni sotto forma di prestito della Banca Mondiale; più altri 300 milioni di dollari con trasferimento bancario dagli Stati Uniti a dicembre 2016. Sostanzialmente, quindi, l’industria tessile giordana lavora prevalentemente per gli Stati Uniti e corrisponde a circa il 20% del PIL. In ogni caso, il salario minimo garantito dalla legge, non è sufficiente a coprire le spese di sostentamento, e i provvedimenti adottati per ammortizzare il debito (eccesso di libero mercato con l’UE; 1,7 miliardi di euro di prestito in tre anni; esenzione per 10 anni dalle tariffe d’importazione sempre con l’UE) sembrano non essere abbastanza.

Nemmeno il sistema dei trattati commerciali è sufficiente a sostenere lo sviluppo in Giordania, per cui è necessario un vero e proprio nuovo piano di aiuti a breve termine, per porre un freno alla crisi economica in un Medio Oriente che appare diretto verso l’implosione, con il sempre presente pericolo del rivolgimento jihadista. Questo rischio, però, non deve essere elemento di confusione per analizzare la questione dei rifugiati. E’ infatti un errore di valutazione, confondere la questione dei rifugiati con la crescita economica.

Per altro, la scelta primaria, economica e politica, del governo giordano è stata, principalmente, quella di garantire nuovi posti di lavoro ai rifugiati nelle Zone Economiche Speciali, come per esempio quella di Al Dulayl, a nord di Amman. Ma l’elasticità del mercato del lavoro, è sempre limitata dalla produttività media e dalla quota degli investimenti. La crescita del PIL in Giordania è stata, nel 2017, minore del 3% e, oggi, il PIL previsto è minore anche del 2%.

Nel 2011, è stato reso operativo un fondo, in gran parte non-bancario, per la Giordania, da parte delle varie potenze del Golfo, che valeva di 5 miliardi di dollari, proprio mentre la crisi finanziaria globale diventava sempre più dura. Fra il 2011 e il 2012, l’Arabia Saudita ha garantito altri 1,4 miliardi di dollari, oltre a garantire altri 1,5 miliardi di dollari in depositi, presso la Banca di Emissione Giordana.

Una soluzione alla crisi giordana potrebbe essere, oggi, quella di ricostruire il rapporto con il Qatar. Le recenti misure decise dai sauditi e da molti loro alleati, anche occidentali, che pure hanno visto il sostegno parziale di Amman, sono state, evidentemente, all’origine della nuova tensione tra Riyad e il Qatar. Quindi, una via di uscita potrebbe essere un nuovo sostegno e, anche, un nuovo rapporto con la Turchia. Poi, vi è la questione dei rifugiati che la Giordania non può non sostenere sul suo territorio, il che implica un costo annuo di 5,6 miliardi di dollari, di cui solo 1/4 è, in effetti, disponibile per le finanze di Amman. Altra rete di protezione viene oggi dal Kuwait, con una recente combinazione di investimenti e prestiti.

Inoltre, la Giordania ha bloccato le operazioni della missione militare saudita ai confini con la Siria, nella zona dove le forze del regno wahabita colpivano obiettivi in Siria, da aree giordane. E questo collega la crisi economica, la strategia militare e la rivisitazione dei tradizionali equilibri in Medio Oriente. Certo, una quota di aiuti rapidi da parte della UE e degli USA sarebbe una buona soluzione, almeno per cominciare. Ma c’è soprattutto da chiedersi se chi manovra le leve dell’economia occidentale possa cogliere il collegamento che, in Medio Oriente e nel mondo arabo, lega inscindibilmente economia e strategia, perché gli esempi passati non sono certo incoraggianti.

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