Giornate di dolore in Palestina. In occidentale silenzio

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Abdul Nasser Abou Aoun, Ramallah
Khaled Faqih, Gaza
Bogdana Ivanova, Istambul
Talal Khrais – Paola Angelini, Roma

Trump difende la scelta del trasferimento dell’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, confermandone il riconoscimento come capitale d’Israele. La responsabilità di quanto sta accadendo è inevitabilmente di Hamas che “sta intenzionalmente provocando la risposta di Israele”, fa sapere un portavoce della Casa Bianca. Vale lo stesso per le opinioni dei giornalisti americani che ritengono Hamas, e Iran corresponsabili. Non viene fatto nessun riferimento all’occupazione o alla legalità internazionale che dovrebbe riconosce al popolo palestinese il diritto del ritorno, in base alla risoluzione dell’ONU 194, o il diritto di avere uno Stato indipendente con capitale Gerusalemme Est (risoluzione 242, e 338).

Difficile calcolare il numero dei morti e dei feriti che, con il passare del tempo, aumenta. È possibile, però, confermare che il numero dei colleghi palestinesi uccisi dalle pallottole israeliane sono due, mentre il numero dei feriti tra giornalisti palestinesi, arabi e stranieri sale a 124.

Gli Stati Uniti hanno scelto di schierarsi con Israele, hanno scelto la via della non mediazione, e così il tentativo di risolvere il problema non si troverà. Decine di migliaia di palestinesi sono radunati al confine tra Gaza e Israele per rivendicare il diritto del ritorno. Nel frattempo si celebra il 70° anniversario della Nakbah, la catastrofe (in arabo), cioè la nascita dello Stato d’Israele che provocò più di 500 mila profughi palestinesi, e il 45% dei villaggi palestinesi distrutti e cancellati dagli israeliani.

Gli Stati Uniti hanno definitivamente riconosciuto Gerusalemme capitale unica di Israele, una violazione e una piena contraddizione con la risoluzione Onu 181, del 1947 che disciplina lo status quo di Gerusalemme come capitale condivisa di Palestina e Israele. Mentre la risoluzione Onu 194, del 1948 disciplina il diritto al ritorno in Palestina dei profughi palestinesi vittime della Nakbah.

Per l’Europa comunica Federica Mogherini, alto rappresentante per la Politica estera e di sicurezza, facendo appello a negoziati per regolare lo status di Gerusalemme. “Una soluzione deve essere trovata attraverso negoziati per risolvere lo status di Gerusalemme come futura capitale dei due stati (israeliano e palestinese), in modo da soddisfare le aspirazioni di entrambe le parti” ha detto incontrando il segretario di Stato americano Rex Tillerson. L’Italia, la Gran Bretagna, la Francia, la Germania e altri Paesi hanno escluso ogni possibilità di trasferire le loro ambasciate da Tel Aviv a Gerusalemme, tuttavia questa decisione non ha reso possibile fare opera di convincimento nei confronti dell’Amministrazione americana. La Federazione Russa tramite il Ministro degli esteri russo, Sergey Lavrov ha criticato l’apertura dell’ambasciata Usa a Gerusalemme: “Abbiamo più volte espresso pubblicamente il nostro giudizio negativo riguardo questa decisione. Siamo convinti che non si possono in questo modo rivedere unilateralmente gli accordi presi dalla comunità internazionale”. Ma per molti analisti è una posizione debole per una Nazione come la Russia.Il più determinato è stato il Presidente Recep Tayyip Erdogan, che ha definito la repressione israeliana un genocidio e ha richiamato i suoi ambasciatori da Israele e dagli Usa.

Sayyed Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah ha dichiarato che “Il Presidente Donald Trump è pronto ad annunciare ufficialmente il suo lodato <accordo del secolo>, iniziato quando è stata annunciata la decisione di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele, e di trasferire l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. Il diritto del popolo al rientro è una pietra angolare della causa palestinese, ma sarà abolito con l’accordo, e un futuro stato palestinese potrebbe essere stabilito solo all’interno della Striscia di Gaza”.

Riferendosi all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti, Sayyed Hassan Nassrallah ha denunciato che i Paesi Arabi stanno inventando pretesti religiosi per legittimare l’occupazione israeliana dei territori palestinesi.

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