Internet e la conservazione di prove su crimini contro l’umanità

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Roberto Roggero

Una questione che, ai giorni nostri, ha un’importanza fondamentale.

Dalla Siria al Myanmar e oltre, molti dei conflitti più brutali di oggi vengono documentati da utenti di Internet tutti i giorni. Basta essere muniti di smartphone. Però anche se stanno documentando prove determinanti, che potrebbero un giorno aiutare a condannare i responsabili di atrocità, le loro riprese e foto sono messe a rischio dalle stesse piattaforme che li ospitano.

YouTube ha eliminato milioni di file video e migliaia di profili, ritenuti inappropriati o estremisti. Molti dei file rimossi hanno documentato eventi in Siria, incluse prove di crimini e contenuti che potrebbero dare un contributo significativo alla documentazione storica del conflitto.

Poi c’è Facebook. Quest’anno, il relatore speciale delle Nazioni Unite, Fionnuala Ní Aoláin, ha chiesto alla Company di rendere più specifiche le linee guida sui contenuti relativi al terrorismo, poiché le definizioni esistenti rischiano di rimuovere i contenuti inviati dagli oppositori delle autorità oppressive. Nì Aolàin ha dichiarato al sito di Just Security della New York University che il suo ufficio avrebbe adottato un approccio simile a altre piattaforme le cui pratiche rispecchiano Facebook. Ciò che entrambi questi casi chiariscono è che, se la giustizia deve essere fatta a livello internazionale, in particolare presso la Corte Penale Internazionale (CPI), devono essere trovati nuovi modi per conservare questo tipo di prove.

I conflitti moderni sono oggi documentati principalmente attraverso la tecnologia digitale, mentre gli osservatori tradizionali di organismi internazionali e la stampa spesso non riescono a raggiungere le zone di conflitto. Questo è un problema serio sia nel conflitto siriano che nella crisi Rohingya in Myanmar e in tutte le altre zone di crisi del mondo. Sono state prodotte grandi quantità di prove da parte di gente comune, molte delle quali sono accessibili solo su piattaforme online, i cui contenuti violano di fatto le linee guida. Quindi, come possono essere conservate queste prove per procedimenti penali?

Uno dei principali ostacoli è che aziende come YouTube sono spesso basate principalmente negli Stati Uniti, che non hanno sottoscritto lo Statuto di Roma e rifiutano la possibilità di collaborare con la Corte Internazionale, o ICC. Eppure potrebbe esserci un modo per aggirare questo problema. Molte di queste grandi società tecnologiche operano anche in più giurisdizioni, e ciò significa che l’opzione logica è perseguirle attraverso i loro uffici negli Stati firmatari. Uno di questi è l’Irlanda, che ospita molti uffici aziendali in Europa, Medio Oriente e Africa. Dato che l’Irlanda è firmataria dello Statuto di Roma, sarebbe teoricamente in grado di salvaguardare i contenuti. Ma questa non è la soluzione più semplice. L’irlandese Criminal Justice Act 2011 considera reato falsificare, nascondere, distruggere o eliminare potenziali prove di un reato rilevante. Tuttavia, i reati internazionali non sono inclusi nella definizione di “reato rilevante” ai sensi della legge. Anche se l’atto è stato emendato per includere crimini internazionali, la legislazione impone un ostacolo notevole, nel definire un reato da parte di una persona giuridica. In un caso come quello di YouTube, in cui la cancellazione è il risultato di una programmazione algoritmica, è improbabile che l’ostacolo sia rimosso.

L’Irlanda gestisce un cosiddetto sistema dualistico, ovvero: il diritto internazionale, incluso lo Statuto di Roma, diventa effettivo solo una volta tradotto nella legge nazionale. E la norma del 2006 della Corte Penale Internazionale, che traspone le principali prescrizioni dello Statuto di Roma nella legge irlandese, non rende reato la mancata segnalazione o conservazione delle prove.

A complicare ulteriormente le cose il fatto che, mentre una società può avere una sede in Irlanda o in un altro stato firmatario, i server su cui è archiviato il contenuto possono essere in un altro Paese, le cui autorità nazionali, cercando di collaborare con un’indagine ICC, possono giudicare il contenuto oltre la loro portata giurisdizionale.

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