Lesbo – L’inferno di Kara Tepe

La stampa internazionale non ne parla, ed è come se non esistessero. Eppure si tratta di circa 8.000 persone, uomini, donne, anziani e bambini, costretti sull’isola di Lesbo, nel campo profughi di Kara Tepe, in condizioni igieniche e sanitarie atroci ed esposti senza difese al contagio del Coronavirus. Una trentina di persone, quasi tutte positive, si trovano infatti in quarantena. Non c’è acqua potabile, e per lavarsi o lavare viene usata l’acqua di mare. Ai pochi rubinetti, dove l’acqua è razionata, ci ammassano centinaia di persone ogni giorno e per ore, le toilette sono chimiche

Contro il virus sono state distribuite 48.500 mascherine dalla cooperazione svizzera, ma è tutto il resto a mancare: dopo mesi passati nel malsano campo di Moria, nessuno si sarebbe aspettato di vivere in condizioni ancora peggiori. Delle 900 tende allestite, al momento solo 300 hanno teli d’isolamento. Nelle altre si è a contatto con il terreno (e con resti di munizioni di questo che era un poligono militare, tanto che c’è chi ha denunciato il rischio di intossicazione da piombo).

Quando il 13 ottobre sono arrivate le prime piogge, l’acqua ha inondato diverse tende. Intanto, come accadeva a Moria, il distanziamento sociale è l’ultimo dei problemi. Per il primo mese il cibo è stato distribuito solo una volta al giorno, con migliaia di persone in coda. Ora si è aggiunta una distribuzione mattutina ma è sempre più difficile fare approvvigionamento all’esterno: di domenica il campo è sigillato, non esce nessuno, e negli altri giorni si resta in fila ai cancelli, con quote massime per le uscite. Intanto, secondo il meteo, su Kara Tepe si attendono nuovi temporali, una beffa per chi deve mettersi in coda per lavarsi le mani e intanto vede fiumi d’acqua piombare dentro la propria tenda.

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