Medio Oriente – Probabili scenari post-Soleimani

Roberto Roggero – Diverse volte, la Guida Suprema dell’Iran, Ayatollah Ali Khamenei, parlando del generale Qassem Soleimani, lo aveva definito “martire vivente”. Non certo per augurare malasorte, ma perché da quando, nel 1998, Soleimani ha assunto la direzione della Forza Al-Quds della Guardia della Rivoluzione Islamica, di fatto ha incarnato un simbolo ma anche un obiettivo per tutti i nemici, pur non apparendo quasi mai sul palcoscenico mediatico internazionale.

Il generale Qassem Soleimani con l’Ayatollah Ali Khamenei

Soleimani, per carattere, era uomo di poche parole, modesto e con un carattere umile che ne denotava le altrettanto umili origini. Era nato infatti di una famiglia estremamente povera, nella regione di Kerman, Iran orientale e mai sotto i riflettori ha saputo costruire, pezzo dopo pezzo, l’egemonia territoriale del proprio Paese. Di fatto, però, realisticamente, anche lo stesso Soleimani ben sapeva di costituire un obiettivo, e i diversi attentati ai quali è sopravvissuto ne sono una prova, inoltre l’eventualità che venisse ucciso proprio in un periodo che che è preludio alla tornata elettorale americana, non poteva essere esclusa.

La situazione attuale dell’Iraq non è infatti molto fluida. Dallo scorso ottobre il Paese è scosso da pesanti fermenti popolari e manifestazioni violente contro l’aumento spropositato del costo della vita, contro la dilagante corruzione e contro le ingerenze straniere, fra cui quelle di una minoranza che protestava anche contro la stessa influenza di Teheran. Insomma, i sostenitori di un Iraq indipendente.

Le recenti proteste popolari a Baghdad

Non a caso, i tumulti di strada, hanno portato alle dimissioni il primo ministro Adel Abdul Mahdi, notoriamente incline verso l’Iran, oltre, naturalmente, a nemici personali interni, primi fra tutti il leader sciita Moqtada Al-Sadr e l’Ayatollah Al-Sistani, fondatore delle Unità di Mobilitazione Popolare, con il quale contendeva l’esclusiva dei contatti con Teheran.

Abbiamo assistito quindi a una drastica repressione delle manifestazioni popolari, con centinaia di vittime da parte degli apparati di sicurezza, e di milizie non istituzionali in opposizione agli stessi militari. Le dimissioni del premier Abdul Mahdi, che comunque continua a esercitare il proprio ufficio in assenza di un sostituto dalla fine del novembre scorso, non sono state sufficienti per calmare la situazione, estremamente esasperata fin dal 2003, ovvero dall’aggressione de facto della coalizione a guida americana dopo l’arresto e la morte di Saddam Hussein.

Adel Abdul Mahdi, primo ministro dimissionario in Iraq

La spirale di violenza non ha avuto pause. I conflitti si sono esasperati e ne sono iniziati di nuovi, dalla Siria, allo Yemen, alla questione palestinese, e l’assassinio di Soleimani si inserisce in questa spirale, per la assoluta cecità diplomatica e politica di Washington. Dall’attacco del 27 dicembre alla base americana a Kirkuk e la morte di un contractor e il ferimento di altri quattro militari, alla risposta del 30 dicembre con il raid statunitense contro le posizioni di Kataeb Hezbollah nel nord-ovest e la morte di oltre una ventina di combattenti, e poi all’assalto dell’ambasciata USA di Baghdad il 31 dicembre, in seguito alle manifestazioni funebri per i martiri, all’interno della blindatissima Green Zone della capitale irachena, per finire appunto con l’uccisione di Qassem Soleimani.

La popolazione irachena è ormai allo stremo e chiede con rabbia che le truppe americane lascino il Paese, mentre cantano inni al generale martire, definendolo “il nostro comandante”, con scritte sui muri della stessa ambasciata americana.

Il leader sciita iracheno Moqtada Al-Sadr

Sono state tutte scintille che hanno portato alla sconsiderata decisione di lanciare un drone armato contro l’auto del generale iraniano, anche se fuori dai confini nazionali, a seguito di particolareggiate informazioni sui suoi movimenti, probabilmente fatte pervenire a Washington dai servizi segreti israeliani, da tempo profondamente infiltrati nel tessuto iracheno. Suleimani, d’altra parte, era sfuggito a diversi tentativi di assassinio, l’ultimo noto lo scorso ottobre, tuttavia il suo ruolo e il suo temperamento lo portavano a non nascondersi e ad essere sempre dove doveva.

Dal punto di vista americano, l’uccisione di Soleimani si inquadra alla perfezione nella strategia alla quale è stata affissa la maschera della “difesa degli interessi e dei cittadini statunitensi in chiave preventiva”, ed è “comprensibile” nel quadro in cui la Guardia della Rivoluzione Iraniana è stata dichiarata “organizzazione terrorista” dall’aprile 2019, e quindi, per il Dipartimento di Stato USA, il generale Soleimani era considerato “il capo di una rete di terroristi islamici”, come ha avuto il coraggio di definirlo il segretario della Lega, Matteo Salvini, dimostrando una totale ignoranza e superficialità in merito alla situazione geopolitica e ai delicati equilibri internazionali. Da considerare inoltre, che con Qassem Soleimani, sono stati uccisi anche altre personalità di spicco della regione, fra cui Abu Mahdi Al-Mohandes, voce-comandante delle Unità di Mobilitazione Popolare irachene, sicuramente meno importante a livello mediatico, ma non per questo meno rilevante dal punto di vista politico-militare.

Hassan Rouhani, presidente della Repubblica Islamica dell’Iran

È operazione assai complessa descrivere quello che la morte di Soleimani significa non solo per gli equilibri geopolitici dell’area, ma anche a livello simbolico. Il comandante della Forza Al-Quds, infatti, era un leader molto carismatico e con un grande seguito popolare, cui una grossa fetta del mondo sciita, e non solo, guardava con ammirazione e rispetto.

Non è facile quindi, a questo punto, fare una valutazione dei possibili scenari che la morte del generale iraniano ha aperto sul prossimo futuro in Medio Oriente. A differenza di altre iniziative passate di Washington, in questo caso sembra che Trump, e i falchi della White House, abbiano lavorato in stretta collaborazione con Pentagono, e con agenzie e apparati del cosiddetto “Deep State”, quella sorta di “governo ombra” parallelo a quello ufficiale.

Il simbolo della Guardia della Rivoluzione Islamica

È probabile che questa strana alleanza sia dovuta a un forte risentimento da parte degli ambienti militari statunitensi verso Qassem Soleimani. Il comandante iraniano era ben noto per il pragmatismo e la spregiudicatezza, grazie ai quali è stato capace di ritagliare, per il proprio Paese, adeguati spazi egemonici in Siria, Yemen e Iraq, che fino a pochi anni fa erano sostanzialmente non prevedibili. Inoltre ha dato un innegabile contributo al mantenimento del potere del presidente Bashar Al-Assad in Siria e ha saputo porre un limite all’espansione dell’Isis sia in Iraq che nella stessa Siria, oltre a tenere a bada Israele con efficaci misure preventive. A tutto ciò si aggiunga che probabilmente a Washington è stata fatta un’analisi di costi, benefici e conti, fatti però sostanzialmente senza l’oste, come si usa dire, perché è fuori da ogni dubbio che l’’Iran risponderà in maniera assolutamente determinata e decisa alla uccisione del secondo uomo più importante del Paese, oltre ogni azzardato sensazionalismo.

Teheran conosce perfettamente i rischi di uno scontro aperto con Washington e alleati regionali, in particolare con Israele e Arabia Saubita e sa bene che questi ultimi non sono in realtà così forti come vanno predicando ai quattro venti. Prova ne sia il pantano yemenita e la questione palestinese. D’altronde l’affermazione nell’area di Hezbollah, dei Pasdaran e altre forze in qualche modo legate all’Iran, è stata possibile proprio assumendo la logica della guerra asimmetrica, del conflitto in piccolo e in casa d’altri, e non in un confronto aperto con entità comunque più potenti o meglio armate.

È probabile, quindi, che la Repubblica Islamica dell’Iran dia inizio a una serie di limitate e mirate risposte, ad esempio attraverso colpi diretti contro personalità militari statunitensi nel Golfo o nel resto della regione, con un occhi di riguardo allo Stretto di Hormuz, collo dell’imbuto attraverso il quale passa il 20% del petrolio commercializzato in tutto il mondo.

Lo Stretto di Hormuz, una delle zone più critiche dell’intero Medio Oriente

La leadership iraniana è inoltre ben decisa a soddisfare anche e soprattutto la sete di vendetta popolare, dato che Soleimani era un simbolo del popolo proprio perché proveniva dal popolo, specialmente se accompagnata a una ben calibrata dose di propaganda anti-americana e , naturalmente, anti-israeliana. Non si sa fino a che punto le varie parti in causa abbiano calcolato il costo in vite e la sofferenza che aspetta le popolazioni civili, sul plastico della geopolitica.

Le tessere del mosaico comunque si stanno pian piano inserendo nella loro giusta sede, anzitutto quelle relative alla imminente campagna elettorale americana.

In modo forse un po’ troppo semplicistico, diversi analisti hanno interpretato l’uccisione di Soleimani come l’affondo di Trump per conservare le chiavi della White House per altri quattro anni. Dato per certo che l’eliminazione di Soleimani, probabilmente non avrà lo stesso impatto mediatico della morte di Osama Bin Laden e Abu Bakr al-Baghdadi (sempre che lo siano davvero), è sulle elezioni iraniane che potrebbero vedersi effetti altrettanto importanti.

A febbraio, infatti, i cittadini della Repubblica Islamica dell’Iran sono chiamati alle urne per rinnovare il Parlamento e i governanti di Teheran hanno di fatto molto meno tempo di Trump & Soci, ed è indubbio che l’attuale presidente Rouhani debba affrontare notevoli difficoltà, anche se ha dalla sua parte il sostegno popolare, di fronte all’atto terroristico americano, ma ci sono pur sempre da affrontare gli scottanti problemi della polarizzata situazione del nucleare, ancora in essere ma rallentati nonostante la mediazione del Giappone. Alla popolazione iraniana interessano le conseguenze che tale situazione ha sulla vita quotidiana, come la svalutazione, il caro benzina, le sanzioni, anche se, come la storia dimostra, quando l’Iran subisce attacchi dall’esterno, il suo popolo tende a fare corpo unico con la politica più conservatrice.

Insomma, come esistono i falchi di Washington, ci sono anche quelli di Teheran, ed è assolutamente necessario che si presti estrema attenzione a che questi, da entrambe le parti, non riescano a ottenere ciò che vogliono, giocando sull’onda emotiva innescata dalla morte di Qassem Soleimani.

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