Medio Oriente – Il Grande Risiko

Lorenzo Utile – L’attenzione dell’opinione pubblica e dei media occidentali verso il Medio Oriente è stata altalenante negli ultimi mesi. La scomparsa dello Stato Islamico, almeno come entità territoriale, la diminuzione degli attentati in Occidente e l’isolazionismo degli Stati Uniti, hanno relegato l’argomento in uno strano secondo piano da cui anche le notizie sulla drammatica guerra dello Yemen sono diffuse con calcolata economia di parole. Questo, per, non vuol certo dire che la situazione non sia in continua evoluzione.

Stiamo assistendo a guerre per procura, rivalità sovranazionali, costante contrasto fra sciiti e sunniti soprattutto in quei Paesi in cui le cosiddette “primavere arabe” hanno lasciato ferite politiche facili da sfruttare. Stiamo assistendo a conflitti come quello siriano, dove si stanno sfidando Russia, Iran, Turchia, Israele; il Libano è tornato a essere terreno di scontro fra Teheran e Riyadh e fra Israele e Hezbollah; l’Iraq è rimasto in posizione ambigua; l’insurrezione degli sciiti Houthi in Yemen è diventata un altro sanguinoso capitolo sanguinoso della guerra fra Arabia Saudita e Iran.

Sullo sfondo della rivalità fra Washington e Teheran, questo fenomeno ha messo l’intero pianeta in bilico sul precipizio di una nuova guerra fra due mondi.

L’Iran si è ripiegato almeno in parte su se stesso. Continua a sostenere le milizie sciite in Yemen, Libano, Iraq, Siria e non solo, ma se la fase compresa tra il 2014 e il 2017 aveva visto una costante espansione della sfera di influenza iraniana, adesso sembra che Teheran fatichi a mantenere le posizioni guadagnate. Mancano in teoria ancora due anni alle prossime elezioni presidenziali ma, come emerso con il caso delle dimissioni del ministro degli Esteri, Javad Zarif (per altro rifiutate dal presidente Hassan Rohani), pare che sia in atto uno scontro di potere in cui la parte intransigente vorrebbe tornare alla guida del Paese, tendendo a un maggiore isolamento. Su tutto questo aleggia l’incognita della successione dell’Ayatollah Ali Khamenei, che ha da poco compiuto 80 anni.

Intanto, il presidente americano ha deciso il trasferimento di altri 1.500 militari nel Golfo, l’Arabia Saudita, e le monarchie alleate, sembrano aver aumentato l’attenzione verso un’altra linea di frattura, quella fra autorità di rigida linea politica sciita e governi di ideologia sunnita. Ad esempio le linee diplomatiche di Turchia e Qatar, politicamente vicini alla Fratellanza Musulmana e ideologicamente lontani dal wahabismo saudita.

Questa spaccatura non è una novità, anzi. La ribellione siriana, ad esempio, ha pagato duramente la litigiosità tra i suoi “sponsor” che avevano agende diverse, con l’Arabia Saudita che sosteneva alcune fazioni, e appunto Turchia e Qatar che ne sostenevano altre. L’Egitto post-primavera araba guidato da Mohamed Morsi era sostenuto dalla Turchia, quello di Al Sisi è spalleggiato invece da Riyadh. In Libia il premier riconosciuto dalla comunità internazionale, Al Sarraj, è sostenuto dalla Turchia, il generale Khalifa Haftar da Emirati Arabi Uniti es Egitto. E dietro a tutto vi sono naturalmente gli interessi occidentali basati sui giacimenti di oro nero.

I ruoli protagonisti sono delineati, soprattutto per quanto riguarda Russia e Turchia. Alcuni analisti considerano Ankara dotata delle necessarie caratteristiche per risolvere la situazione e sostenere il confronto da una posizione di forza, specie nel lungo periodo, ma il Paese è indebolito, disturbato dalla parabola discendente del presidente Erdogan.

Negli ultimi cinque anni Erdogan ha compromesso le alleanze a Occidente, a causa del sostegno americano ed europeo ai curdi siriani nella guerra contro l’Isis. Di conseguenza, dopo aver perso la prova di forza con Mosca nel 2015, ha finito con il riavvicinarsi a Putin per necessità più che per convinzione, pagando oltretutto un prezzo decisamente pesante: accettare la vittoria di Assad in Siria, ottenendo in cambio di poter occupare un pezzo di Kurdistan siriano che faccia da zona cuscinetto sul proprio confine meridionale, mettendo però a rischio i rapporti con la Nato.

Trump sarebbe anche disposto a sostenere Erdogan, nonostante le divergenze sui curdi o i problemi interni alla Turchia su diritti umani e libertà di stampa, a patto che ponga fine all’affiancamento con Mosca e Teheran, ma avendo scelto, come interlocutori principali in Medio Oriente, Arabia Saudita e Israele, riportare Ankara dalla parte occidentale è almeno per ora un percorso tutto in salita.

Oltre alla Turchia, il secondo Stato mediorientale che è in cattivi rapporti con l’Arabia Saudita è il Qatar, che ha ultimamente ripreso una qualche forma di rapporto con la Fratellanza Musulmana, considerata organizzazione terrorista.

In sintesi, il dilemma che divide i governi mediorientali, e non solo, coinvolti nel “Grande Risiko” del Medio Oriente, è quello che non permette una equilibrata spartizione delle sfere di influenza reciproca, in un momento storico ancora troppo basato sulla economia del petrolio, che nel prossimo futuro potrebbe essere sempre meno necessario.

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