Mediterraneo – Europa debole, Turchia prepotente, Israele impunito

Lorenzo Utile – Il presidente turco Erdogan non è persona che induce alla moderazione, pur durante le discussioni del vertice che si è tenuto ieri in Corsica, che ha riunito attorno alla Francia gli altri sei Paesi mediterranei dell’Unione alle prese con le ‘sfide navali’ nel mare di gas e petrolio orientale. Una tappa di avvicinamento al Consiglio Europeo previsto per fine settembre e in cui i 27 dovranno affrontare un tema simile, ovvero i rapporti con due autocrati che governano poco lontano dai confini europei, Putin ed Erdogan.

La Turchia di Erdogan presenta una sfida particolare, perché si trova al crocevia tra diverse tensioni. Ankara costringe l’Europa a comportarsi da potenza in un momento segnato dall’eclisse americana. Ma l’Europa lo ha capito? La Turchia-NATO, oggi porta avanti il proprio gioco con forti spinte revansciste legate alla storia ottomana. In Siria, Libia o Palestina (dove il governo turco ha apertamente elogiato Hamas) Erdogan si presenta come capofila dell’islam sunnita. Il presidente turco ha ormai deciso di voltare le spalle a un’Europa che giudica troppo debole e vulnerabile, dunque pensa di poter avanzare le proprie pedine.

La Turchia sta effettuando ricerche di giacimenti di gas in zone che non le appartengono ma che sono state definite quasi 100 anni dai poteri coloniali in proporzioni decisamente sproporzionate quando dal mare poteri ricavare soltanto del pescato. Inoltre, la Francia ha deciso di alzare i toni inviando navi e aerei per sostenere la Grecia e Cipro ed evoca rappresaglie. E ancora, è necessario trovare il modo di favorire la prosperità comune senza tirare in ballo gli egoismi nazionali ereditati da una storia turbolenta. Ma tutti questi interrogativi, per il momento, non hanno ancora trovato risposta.

Le vittime siriane dei raid attribuiti a Israele non interessano a nessuno, denuncia “Haaretz”. La maggior parte dei giornali israeliani non si degna neppure di pubblicarle. Sono considerate alla pari di un autobus che precipita in un fiume in Nepal, delle vittime della guerra civile in Chad o dei minatori intrappolati in Siberia. Analisi realistica di un giornalismo che prova ancora a inseguire valori alti. Così funziona per le vittime dell’ennesimo attacco aereo israeliano in Siria. Chi ne ha sentito parlare? Chi ne sa qualcosa, a chi interessa? Chi ha il coraggio di approfondire la faccenda?

La sera di lunedì 31 agosto, undici persone sono state uccise durante un’incursione nel sud della Siria, attribuita a Israele. La sera del 2 settembre Damasco ha riferito di un altro attacco. Tre delle vittime erano soldati siriani e sette erano delle milizie iraniane, il che automaticamente giustifica qualsiasi bombardamento. Anche una donna che abitava in un villaggio è rimasta uccisa, e suo marito ferito: effetti collaterali. Ma sono cose che succedono, dopo tutto. Una donna che muore in Siria è proprio una non notizia. Il sole sorge a est, Israele bombarda la Siria. Cosa c’è di poco chiaro? Cosa è necessario spiegare? Solo chi non capisce nulla o non sa nulla osa fare domande.

Fintanto che a nessun soldato israeliano sarà torto un capello, non c’è niente d’interessante. Provate a immaginare undici vittime israeliane, tre soldati e sette componenti di una milizia di coloni, morti in un attacco aereo siriano, in un rovesciamento di quello che è successo in Siria la settimana scorsa. Ne scaturirebbe una guerra. Ma undici siriani morti in un bombardamento israeliano, chi li conta? Continuerà finché Israele sarà in grado di farlo. Continuerà finché Israele non pagherà per i suoi attacchi. La possibilità che Israele un giorno paghi un prezzo terribile per tutti questi atti di guerra non viene nemmeno preso in considerazione. Arroganza israeliana, che spesso paga. Spesso, ma non sempre.

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