Palestina – Linea dura contro le provocazioni USA

Dall’Ambasciata di Palestina in Italia – All’Amministrazione Trump non è bastato il flop di Manama. Le ceneri del seminario erano ancora fumanti quando l’inviato USA per la pace in Medio Oriente, Jason Greenblatt, ha fatto sapere che lui gli insediamenti israeliani preferisce chiamarli “quartieri e città”. La cosa non è sfuggita al Segretario Generale del Comitato Esecutivo dell’OLP, Saeb Erekat, che il 28 giugno ha manifestato la propria disapprovazione. Il giorno dopo, nel corso di una conferenza stampa organizzata in occasione del Vertice G20 di Osaka, alla domanda su come mai non vi fossero rappresentanti palestinesi nella commissione della Casa Bianca per il piano di pace, il Presidente Trump ha risposto: “Beh, loro sono una parte importante ma non devono necessariamente esserci (…) So che vogliono arrivare ad un accordo ma vogliono fare un po’ i furbetti e va bene così (…) Io non do più soldi perché un anno fa ho sentito che dicevano cattiverie”. Parole che il portavoce del Presidente della Palestina ha subito definito “non incoraggianti” e tali da suggerire che “l’Amministrazione USA non ha imparato nulla dal fiasco del seminario di Manama”. Il culmine si è raggiunto domenica 30 giugno, quando, armati di martelli e picconi, l’Ambasciatore USA in Israele David Friedman, l’inviato della Casa Bianca Greenblatt e il senatore statunitense Lindsey Graham si sono uniti all’ex Sindaco di Gerusalemme Nir Barkat e ad altre personalità israeliane nel quartiere palestinese di Silwan, a Gerusalemme Est, per abbattere l’ultima barriera che impediva l’accesso alla “Via dei pellegrini”, una strada sotterranea che, secondo la tradizione ebraica, un tempo sarebbe stata impiegata per recarsi al Secondo Tempio di Gerusalemme. “Questo posto ci consente di tornare indietro nel tempo, di far rivivere la Bibbia… A chi a suo tempo ha espresso contrarietà per la decisione del presidente Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele dico che questa strada può essere una risposta”, avrebbe proclamato con enfasi l’Ambasciatore Friedman, confermando il pieno appoggio dell’Amministrazione USA al movimento dei coloni. Il “sito archeologico” appena inaugurato è infatti uno degli ultimi progetti della Elad, la “società immobiliare” degli insediamenti impegnata nell’acquisizione di proprietà palestinesi nella Gerusalemme Est Occupata. I palestinesi di Silwan, aiutati da poche decine di attivisti israeliani, hanno protestato nella totale indifferenza del resto del mondo. “La vita di coloro che abitano a Silwan è a rischio a causa di questi progetti di insediamento coloniale. Questo tunnel è parte di una rete di gallerie sotterranee che da 13 anni si scavano qui sotto. A marzo abbiamo avuto frane in diverse aree e il comune ha classificato cinque case come pericolanti. Ma i lavori di scavo non si fermano, vanno avanti, perché sono un progetto politico e perché i coloni vogliono spingere gli abitanti ad andare via”, ha dichiarato un portavoce del Centro Informazioni di Wadi Hilweh (Silwan). Anche in questo caso, le risposte non si sono fatte attendere. Hanan Ashrawi, Membro del Comitato Esecutivo dell’OLP, ha definito la partecipazione di Greenblatt e Friedman a questa impresa “una collusione criminale con un crimine di guerra”, mentre Saeed Abu Ali, rappresentante della Palestina presso la Lega Araba, ha sottolineato che Gerusalemme è una città occupata. Allo stesso modo, il Centro Islamico di Al-Azhar ha condannato l’ennesimo tentativo di Israele di modificare l’identità di questa città, e l’Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OIC) ha denunciato l’apertura di una strada che è di fatto per i coloni. 3 Viste le premesse, il Presidente Abu Mazen, in una conferenza stampa del 3 luglio a Ramallah, ha fatto sapere che la porta per un dialogo con gli Stati Uniti sarebbe ancora aperta, ma solo se questi ultimi sostenessero la soluzione dei due Stati, riconoscessero Gerusalemme come territorio occupato e concordassero sul fatto che qualsiasi soluzione del conflitto con Israele debba basarsi sulle risoluzioni della Nazioni Unite. Gli USA, ha ricordato il Presidente, non danno un contributo significativo al processo di pace almeno dalla firma degli Accordi di Oslo nel 1993. La cooperazione con loro è continuata nonostante tutto, fino a quando l’attuale Presidente Trump non ha deciso di intraprendere iniziative che hanno messo la parola fine al ruolo di mediatore degli USA. Dopo aver preso decisioni su questioni che andavano evidentemente risolte attraverso i negoziati, non è chiaro cos’altro gli Stati Uniti vorrebbero negoziare, ha detto Abu Mazen. Tra queste decisioni, rientra sicuramente quella di rimuovere l’idea del ritorno dei rifugiati, come ha ultimamente chiarito il consigliere di Trump nonché ideatore di Manama e genero del Presidente, Jared Kushner, rivelando che il suo piano di pace per il Medio Oriente prevede una loro maggiore integrazione negli attuali Paesi di accoglienza: “Questa situazione esiste perché esiste”, avrebbe detto in conferenza stampa. Parole che suonano come una benedizione dello status quo, cioè come un tentativo di normalizzare ciò che normalizzabile non è, a meno che la comunità internazionale non accetti che prevalga “la legge della giungla”, ha fatto giustamente notare il Comitato Esecutivo dell’OLP.

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