Quando la Dabke sovrasta il fucile

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Roberto Roggero

Si chiamano 47Soul, vengono dalla Giordania e dalla Palestina, e si possono considerare la “bandiera elettronica” di un intero popolo.

La band è stata formata nel 2013, e due anni dopo è uscito il loro primo lavoro, “Shamstep”. Nel 2017 il secondo, “Balfron Promise”, con chiari riferimenti alla Dichiarazione Balfour del 1917, che sanciva la creazione di uno stato ebraico in terra palestinese. Loro sono Ramzy Suleiman (detto Z-the People, voce, sintetizzatori, darbuka, tastiere); Tareq Abu Kwaik (detto El-Far3i, voce, darbuka); Walaa Sbeit (danzatore professionista, voce, basso, batteria); Hamza Arnaout (chitarre).

Il loro sound è il manifesto politico, culturale, sociale e storico-culturale della gente di Gaza e della Cisgiordania. Una musica ricca di melodie orientali che ha le proprie origini nella Palestina prima della divisione del 1947, donde il nome, appunto, di 47Soul. Ognuno dei quattro ragazzi ha un passaporto diverso, due giordani, uno nato a Washington da genitori palestinesi, una altro israeliano. Sono accomunati da influenze Mijwiz (musica popolare levantina), elettronica, dubstep e dalla danza tradizionale nota come Dabke, dalla cadenza veloce e dalle atmosfere conviviali, che ha sempre unito siriani, palestinesi, giordani, libanesi e arabi in genere e che si suona e si balla solitamente alle feste come matrimoni, banchetti, compleanni e feste di quartiere. Si inizia con i migliori danzatori che trascinano poi tutti gli altri, fino a raggiungere una sorta di condizione estatica. Una simbologia più che evidente, oltre che un vero e proprio patrimonio culturale che richiama l’identità palestinese delle frontiere di Gaza, dove i giovani manifestavano durante la Marcia del Ritorno, danzando di fronte ai soldati israeliani. Un video che ha fatto il giro del mondo (YouTube: State of Palestine: ‘Great Dance of Return’ – Dabke performed at Gaza border).

Il messaggio dei 47Soul è quello di contrastare un mondo che pone sempre più confini anziché abbatterli, sposando i principi di un movimento mediorientale che riscopre la musica tradizionale come legame sovranazionale, includendo in questo, oltre la Dabke, anche lo Chaabi egiziano, la Gnawa del Marocco e molte altre. La sfida è la musica contro la guerra che in questo periodo infiamma il Medio Oriente e non solo, oltrepassando le barriere culturali grazie alla cultura Shami, o Bilad al-Sham, in riferimento alla regione che comprende Palestina, Giordania, Siria, parte della Turchia, Cipro, che a causa delle guerre sono separate, divise, messe una contro l’altra.

I quattro ragazzi di 47Soul vogliono rispondere alla tragedia della guerra con la festa dello spirito, per un ritorno a una cultura comune, malgrado l’esodo, le frontiere, le dogane, le armi. Un verso di una delle canzoni recita “We don’t care where’re you from” (non ci interessa da dove vieni), ed è il manifesto per l’apertura di tutte le frontiere, almeno dal punto di vista sociale e culturale, se non politico. In una recente intervista, Ramzy Suleiman ha dichiarato: “Bisognerebbe danzare ogni rivoluzione…Sia la Palestina, sia il Dabke, hanno una tradizione di occupazione che va avanti da molti anni, ormai. La più lunga, sicuramente, della storia moderna. Quindi è normale che la maggior parte delle canzoni rivoluzionarie siano scritte nella forma del Dabke. Per quanto riguarda invece il nostro lavoro, posso dire che il materiale più politico finisce nei nostri progetti solisti, che sono più hip-hop, dub, o acustici in senso più tradizionale. Tutti noi, prima di incontrarci e formare la band, scrivevamo di questioni politiche. Ma per 47Soul volevamo concentrarci sulla questione musicale e, da questa, comunicare con il mondo intero… Alcune canzoni rivoluzionarie arabe contemporanee sono diventate colonna sonora delle primavere arabe scoppiate in Tunisia, Egitto, Libia, Yemen, Siria… ma non credo che sia iniziata una rivoluzione in tutti questi paesi. C’è soltanto una rivoluzione che è iniziata a Tunisi. Certo, capisco che sembrino diverse…Ho molto a che fare con la primavera araba. È un progetto con una mentalità differente, però. Posso dirti che il momento della primavera è stato, per noi arabi, un grande momento. Ma adesso è stato tradito. Scriviamo tutti insieme, musica e testi, Il processo, in qualche modo, è davvero socialista. Prima giravamo anche con il batterista dei Toot Ard, che viene dalle Alture del Golan. Oggi viviamo a Londra perché è davvero difficile suonare in Palestina. Quando un cittadino giordano vuole viaggiare, non sempre gli viene riconosciuto il permesso. La Palestina è occupata, siamo tutti divisi e non possiamo andare in molti posti in cui vorremmo. Stiamo partendo in tour in Gran Bretagna, poi verremo in Europa, infine anche in Medio Oriente, Giordania, Egitto… Ci piacerebbe venire in Italia. Tutti i miei amici italiani sono molto vicini alla causa palestinese e per questo nutro un grande rispetto. Ma in Palestina abbiamo suonato solo due volte, durante un tour lunghissimo. Una volta non è stato concesso il visto a Hamza e ha dovuto registrare le sue parti di chitarra su delle basi. È ridicolo se ci si pensa. Non è potuto venire, ed era a pochi chilometri di distanza, a meno di un’ora da noi. Il governo palestinese in questo momento non è rappresentativo della popolazione. Il problema della gente di Hamas, secondo me, non soltanto in Palestina, risiede nel fatto che propongono una sorta di tecnica coloniale per cui tutti coloro che hanno idee islamiche devono fare la guerra a chi ha idee laiche. Mentre per migliaia di anni abbiamo convissuto pacificamente. Se siamo sopravvissuti tutti, ebrei, musulmani, atei, è perché comprendevamo bene che abbiamo tutti idee differenti. Comunque sia, tutto questo è cambiato da quando è in atto l’occupazione della Palestina, e prima ancora c’erano i francesi e i britannici che hanno diviso la terra e hanno deciso a chi assegnare dei pezzi: così è stato fondato lo stato illegale di Israele. Tra tutte queste divisioni, purtroppo, è molto difficile restare uniti, rispettarsi e prendere decisioni sagge per la comunità araba divisa. Credo, però, che la nostra generazione riuscirà a rovesciare questa idea. Hamas è una realtà autoctona, perché comunque rappresenta fin dove si possa spingere la mentalità di una specifica regione con questa cultura. A prescindere dalla nostra rivendicazione di libertà totale dalla chiesa e dallo stato, noi sappiamo bene che la gente voterà a seconda dei suoi principi etici. Quindi ci saranno sempre persone più o meno religiose, ma la questione è: perché si sparano a vicenda? La risposta è: perché c’è l’occupazione. L’occupazione ha interesse a che le persone siano divise. Non sto dicendo che vedo una grande incomprensione nella questione religiosa, ma che l’occupazione estremizza qualunque cosa. Ci vorrà moltissimo tempo, ma credo che la soluzione sia un solo stato. Infatti solo in questo caso si aprirebbero tutti i confini. Non so come ci riusciremo. Forse unendoci tutti, o qualcosa di simile. Comunque deve essere fatto un passo indietro. Tutti sono i benvenuti in questa terra, perché così è sempre stato. Ma se potessimo aprire tutti i confini e concedere a tutti diritto di voto, chiunque ne guadagnerebbe. Chiunque tranne Israele, direi… Sebbene ho conosciuto molti israeliani che non condividono la politica del loro Paese e non si identificano con la politica sionista. C’è gente in Israele che vorrebbe trovare una soluzione, tanto quanto noi, ma non sanno come fare. Personalmente, rispetto tutte le persone che fanno questo. Ma nella realtà quotidiana non c’è alcuna relazione fra israeliani e palestinesi. La Palestina è stata presa con la forza. Il punto è che non esiste uguaglianza. Israele è uno stato illegale che gioca a fare la democrazia”.

 

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