Siria, le fatiche di Erdogan a Idlib. Le divergenze tra USA e Russia complicano le cose.

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Talal Khrais, Paola Angelini – Roma
Mohamad Eid – Provincia di Hama
Jafar Mhanna – Jisr al Shugour
Bogdana Ivanova – Mosca

Siria, le fatiche di Erdogan a Idlib.
Le divergenze tra USA e Russia complicano le  cose.

Assadakah Onlus Associazione Italo-Araba è presente con i colleghi reporter sui territori di guerra per offrire informazioni dettagliate e chiare, a integrazione di quelle pochissime notizie che leggiamo sulla stampa italiana.

Idlib confina con la Turchia e sembra dipendere più dalla capitale turca che da quella siriana. Su quella fetta di territorio ci sono i ribelli arrivati da molte zone del mondo per combattere la rivolta scoppiata nel 2011, diventata poi, a tutti gli effetti, guerra in Siria . Erdogan non vuole commettere errori e non può permettersi di farne per non perdere questa provincia tutta siriana. Nello stesso tempo, la Turchia cercherà di convincere le bande e le opposizioni armate ad abbandonare la provincia per evitare morti, distruzione e centinaia di migliaia di profughi in fuga verso il confine turco.

La diplomazia internazionale lavora per trovare una soluzione pacifica, evitare conseguenze catastrofiche e liberare la provincia di Idlib. Compito difficile in questa complicatissima fase.

Per la Turchia la missione è problematica e potrebbe trasformarsi in uno scontro diretto tra il proprio esercito e le organizzazioni che rifiutano di abbandonare il campo di battaglia. In quel caso la Turchia sarebbe lasciata sola, e l’esercito governativo siriano non interverrebbe perché ritiene che la presenza dell’esercito di Ankara e il suo sostegno ai gruppi armati siano atteggiamenti di guerra contro la Siria.

Turchia, Repubblica Islamica dell’Iran e Federazione Russa sono sottoposte a pressioni economiche americane. Tra loro sono legate da buoni rapporti, pur mantenendo vive le loro posizioni divergenti: il Presidente Erdogan cerca di rinviare il più possibile la battaglia di Idlib; al contrario, Putin la vorrebbe quanto prima, per allontanare gli attacchi di Hay’at Tahrir al Cham contro le basi vicine di Hmaimin; la Repubblica Islamica dell’Iran e la Siria, dal canto loro, preferirebbero andare in battaglia al più presto, per chiudere il conflitto siriano e annunciare la vittoria contro il terrorismo.

La Turchia, presente nel nord della Siria, tenta di convincere i terroristi ad abbandonare la provincia, ma l’organizzazione di Hayat Tahrir al Sham e le altre sigle legate ad al Qaeda si preparano alla battaglia.

I Turchi hanno rafforzato il contingente dei tank lungo il confine, rafforzando i sistemi di sorveglianza radar. Dodici le postazioni di monitoraggio turche istituite nei mesi scorsi, dopo gli incontri di Astana con Teheran e Mosca, che avevano l’obiettivo di controllare i movimenti dei profughi verso il confine turco.

Ankara teme un nuovo dramma umanitario. Intanto, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi discutono a Ginevra la nuova costituzione della Siria: è un’assurdità che le opposizioni sconfitte pensino a disegnare il futuro di un Paese.

Attualmente le forze armate siriane continuano il rastrellamento delle aree sud ancora occupate dai terroristi, e combattono alle pendici del vulcano spento Tulul Al-Safa, occupate dai terroristi dell’Isis, nel deserto di as Suwayda.

Nel frattempo, le bande armate iniziano a soffrire la fame e la sete. Finite le scorte alimentari, i militanti hanno tentato di sfondare l’accerchiamento, senza risultati.

La grande battaglia di liberazione deve ancora cominciare, ma gli attacchi contro le postazioni terroristiche non sono mai cessati. La settimana scorsa i raid governativi hanno colpito le aree di Jisr al Shugur, Ghani, Innab, Sirmaniyah e Basanqul. I jet russi decollati dalla base aerea di Hmeimim hanno lanciato 20 attacchi, colpendo anche Zayzun, la città a nord di Hama.

È probabile che la Turchia e la Federazione Russa si preoccupino, in caso di una offensiva totale, della sorte dei profughi. I dati a nostra disposizione indicano che ci sono 1.200.000 sfollati interni, e altri provenienti da differenti province ritornate sotto il controllo dei governativi siriani: Daraa, la Ghouta orientale, i dintorni di Damasco (Zabadani, Zakariya, Daraya), Aleppo est e Deir Ezzor. In totale, secondo i dati delle Nazioni Unite, nella provincia di Idlib (750.000 abitanti prima della guerra) ora vivono circa due milioni e mezzo di abitanti.

Nella provincia ci sono circa 55.000 combattenti appartenenti a diverse formazioni. Una delle organizzazioni che non accetterebbe il compromesso è Hayat Tahrir al Sham (HTS), legata ad al Qaeda e che raggruppa diverse formazioni islamiste. Si parla di circa diecimila uomini che controllano il 60% del territorio di Idlib, mentre il restante 40% è in mano ai combattenti del Fronte di Liberazione Nazionale, legato alla Turchia. Il Fronte, composto da diversi gruppi jihadisti, come Ahrar al Sham e le brigate Nureddine al Zinki, e da combattenti dell’esercito siriano libero, persegue l’obiettivo di controbilanciare l’influenza di HTS.

L’avanzamento dei governativi siriani e dei loro alleati non piace agli Stati Uniti: Eric Pechon, portavoce del Pentagono, secondo il Military Times si è detto preoccupato per la presenza delle dodici navi da guerra russe al largo delle coste della Siria. Il portavoce del Ministero della difesa americana fa sapere che “Washington e gli alleati sono preoccupati per le conseguenze di un eventuale attacco del governo dell’esercito della Siria, con il sostegno della Russia e dell’Iran, contro l’opposizione armata a Idlib”.

Non cessano le dichiarazione e le contro-dichiarazioni delle due superpotenze. Il Presidente della Federazione Russa dichiara: “Questo è il motivo per cui 87 osservatori provenienti da 59 paesi partecipano alle esercitazioni di Vostok-2018”. La politica estera russa è finalizzata allo sviluppo di una cooperazione costruttiva con tutti i paesi interessati alle esercitazioni militari. Lo ha detto il Presidente russo Vladimir Putin presso il poligono di Tsugol, nel territorio Zabaikalsky, dove si svolgono le esercitazioni Vostok-2018: “La nostra politica estera è finalizzata allo sviluppo di una cooperazione costruttiva con tutti i paesi interessati, è il motivo per cui 87 osservatori provenienti da 59 paesi partecipano alle esercitazioni”.

Vladimir Putin risponde al Presidente Donald Trump a proposito degli aerei da guerra russi che hanno iniziato a bombardare alcuni quartieri della città nel nord ovest della Siria. Trump continua a ripetere che l’offensiva su Idlib dei governativi sostenuti dalla Russia sarebbe un grave errore umanitario, perché l’offensiva promette di avvenire su larga scala. La Repubblica Islamica dell’Iran attraverso il Ministro degli Esteri, Mohammad Javad Zarif assicura che la riconquista avverrà con il minimo costo di vite umane, e Trump è tornato a promettere un’immediata rappresaglia qualora venga attribuito un altro attacco chimico a Damasco.

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