Sudan – Crisi economica senza precedenti

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Roberto Roggero

Il Sudan sta attraversando un periodo fra i più difficili della sua storia recente, che per altro è stata caratterizzata da continue agitazioni, conflitti, lotte intestine e duelli ai ferri corti per il potere.

Fra le conseguenze delle attuali condizioni, a livello politico, l’attuale presidente, Omar Al-Bashir, ha emesso un decreto ufficiale che dispone la chiusura di 13 ambasciate in paesi esteri, anche se non è stato specificato quali, e quindi la sensibile riduzione del personale diplomatico in tutte le altre sedi, nella misura del 20%, e il licenziamento di tutti gli impiegati del ministero degli Esteri a Khartoum.

Quali sono le motivazioni delle condizioni del Sudan, oltre alle continue guerre che hanno causato centinaia di migliaia di vittime innocenti e di sfollati, prima fra tutte quella del Darfur?

Nell’autunno del 2017 il paese pareva doversi riprendere, soprattutto in seguito alla decisione dell’amministrazione Trump di revocare le sanzioni economiche in vigore dal lontano 1997. Le speranze di una ripresa, però, sono state deluse.

Washington iniziò a imporre severe condizioni al Sudan già nel ’93, inserendolo nella Black List dei paesi sostenitori del terrorismo, per avere dato rifugio a Osama bin Laden e per altri motivi geopolitici. Nel ’97 Bill Clinton decise l’embargo e ordinò un bombardamento aereo su una fabbrica farmaceutica perché sospettata di elaborare armamenti chimici.

Nel 2016, l’amministrazione Obama ha annunciato che le sanzioni sarebbero state revocate come risposta a una campagna contro le sanzioni condotte dai sudanesi, e ha stipulato cinque condizioni e dato sei mesi di tempo al governo sudanese per soddisfarle. Purtroppo, le speranze di rivitalizzare l’economia sudanese e promuovere lo sviluppo sono state annullate in un mese dalla decisione di revocare le sanzioni. L’inflazione ha colpito l’economia causando una vera e propria implosione, come conseguenza di tre principali fattori politici ed economici del Sudan con l’Occidente.

Dall’inizio del 2018, violente manifestazioni si susseguono in tutto il paese, per protesta contro il rincaro dei prezzi, specialmente del pane, e l’aumento dei prezzi non è un episodio isolato.

Il primo fattore è la linea politica del governo sudanese, definita “Altamkeen”, che voleva perseguire una solidificazione delle finanze nazionali e il potenziamento degli affiliati del partito islamista, guidato da Hassan Alturabi, salto al potere con il colpo di stato militare nel 1989, che impose gli obiettivi islamisti a livello globale.

Gli islamisti in Sudan, come altri gruppi islamici nella regione, sono stati favoriti dall’Occidente durante la Guerra Fredda, per combattere l’insorgere del socialismo in Africa, spingendo verso governi di destra con colpi di stato, interventi nella politica parlamentare e assassinii.

A metà degli anni ’70 l’influenza degli islamisti era particolarmente forte e il partito impose le politiche del Fondo Monetario Internazionale (FMI) per abolire sussidi, liberalizzazione e privatizzazione, oltre alla Sharia. Le politiche del FMI hanno creato un clima di corruzione diffusa, che ha favorito il gruppo islamista attraverso la creazione di più imprese, banche e aziende. Tuttavia, nel 1985 i sudanesi si sono ribellati, giungendo a elezioni di un governo democratico che ha messo a repentaglio il potere economico del gruppo islamista che, con il colpo di stato nel 1989, si riprese il potere.

La politica di Altamkeen ha poi avuto il sostegno degli Stati Uniti, mentre il governo locale ha adottato politiche di privatizzazione, sovvenzioni e un’economia di libero mercato, vendita di imprese e proprietà pubbliche, accompagnata da una grave corruzione ancora maggiore.

Il secondo fattore sono state le sanzioni economiche, che hanno influito sullo sviluppo tecnologico e sociale.

Il terzo fattore che contribuisce direttamente all’attuale disastro economico è il progetto di austerità del Fondo Monetario Internazionale, con un esorbitante accumulo di debito, destabilizzazione sociale e politica.

L’indipendenza del Sud Sudan nel 2011 ha causato una perdita del 46% del reddito nazionale, provocando un grave contraccolpo per l’economia, che il governo, prevedibilmente, non aveva preparato. L’FMI è intervenuto nuovamente nel 2013 e nel 2017 e ha spinto per ulteriori misure di austerità e liberalizzazione. I prezzi sono cresciuti in modo incontrollato e la popolazione è tornata nelle strade. alla disobbedienza civile che ha portato ad arresti di massa.

Allo stesso tempo, il governo spende cifre esorbitanti per il proprio lussuoso mantenimento e per l’apparato di sicurezza, applicando tasse elevate e ostacolando in tal modo la produttività.

A questo punto, si rischia un nuovo colpo di stato, com’è costume locale quando manca la governabilità, nella speranza di giungere a una riforma politica radicale che stimoli la crescita economica, richiamando migliaia di sudanesi in esilio per tornare e partecipare allo sviluppo del paese e abbatta la corruzione, diventata fenomeno endemico, ma con una opposizione debole e divisa, che manca di un progetto per una transizione politica, mancano i presupposti.

La dimostrazione pubblica contro il carovita, iniziata il 19 dicembre scorso, si è allargata a decine di città, trasformandosi in contestazione violenta del presidente. Amnesty International dichiara che le vittime sono oltre una trentina, mentre sarebbero 19 secondo il governo sudanese. Alcuni oppositori politici sono stati incarcerati, giornalisti e i medici hanno indetto uno sciopero generale.

South Sudan

Da non trascurare poi lo sfruttamento delle risorse naturali, fra cui i pozzi petroliferi, che costituivano la maggior fonte di ricchezza del Sudan unito. Così l’economia sudanese è entrata in crisi, portando un deprezzamento della valuta e un aumento generalizzato dei prezzi che sta strangolando la popolazione.

Il presidente Omar Hasan Ahmad al-Bashir, al potere dal 1989 è accusato dalla Corte Penale Internazionale di crimini contro l’umanità e su di lui pende un mandato di cattura internazionale, tuttavia ha ordinato lo scioglimento del governo. Una decisione che molti avevano previsto, annunciata una serie di misure radicali e repressive.

La situazione è preoccupante soprattutto per quel che riguarda l’inflazione e gli allarmanti livelli di liquidità nelle banche commerciali. In alcune aree del Paese il tetto al prelievo di contanti è stato fissato a 500 sterline sudanesi (meno di 25 euro). Tutto ciò, nonostante la decisione, da parte degli Stati Uniti, di sospendere l’embargo petrolifero, anche se il Sudan rimane nella Black List antiterrorismo di Washington.
Per provare a frenare il crollo, la Banca Centrale solo quest’anno ha svalutato la valuta locale due volte. Oggi il tasso ufficiale di cambio con il dollaro è 1 a 28, mentre quello sul mercato nero è 1 a 41. Al momento, quindi, non si intravvede soluzione, mentre continuano le manifestazioni e aumentano le vittime.

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