Turchia – Addio a Ebru Timtik, vittima del terrorismo di stato

Roberto Roggero – Dopo 238 giorni di digiuno, è morta l’avvocato e attivista dei diritti umani Ebru Timtik, che il presidente turco Erdogan aveva fatto rinchiudere in carcere con la falsa accusa di appartenere a una organizzazione terrorista. Ebru aveva chiesto fin da primo giorno un giusto ed equo processo, con il quale avrebbe potuto dimostrare la propria innocenza, facendo anche appello all’Unione Europea, che da parte sua non ha mosso un dito.

Ebru aveva iniziato lo sciopero della fame il 2 gennaio, arrivando a pesare 30 chili, ma non è servito a nulla, se non a dimostrare, una volta di più, che il singolo nulla può contro un sistema basato su principi decisamente dittatoriali. Negli ultimi giorni non riusciva nemmeno a ingerire acqua se non con una siringa.

La giovane attivista non è certo la prima vittima, e purtroppo non sarà l’ultima, di quello che può definirsi un vero e proprio terrorismo di stato. Come i musicisti del Grup Yorum, Helin Bolek e Ibrahim Gokcek, morti fra aprile e maggio, e Mustafa Kocak, loro sostenitore, e come molti altri attivisti , giornalisti e oppositori del regime di Erdogan anche Ebru si è spenta nella protesta alla quale non si è data risposta: era stata condannata due anni fa a 13 anni e mezzo insieme a 17 colleghi dell’Associazione Avvocati Progressisti. Un totale di 159 anni di carcere comminati senza rispetto per il diritto alla difesa degli imputati.

A testimoniare la volontà del sistema di mettere a tacere le voci della dissidenza, il 14 agosto la Corte di Cassazione turca aveva rigettato il ricorso presentato a giugno dal Collegio Difensivo Internazionale contro la sentenza emessa sulla base della sola testimonianza di un non meglio definito anonimo accusatore, un detenuto mai identificato che durante il processo contraddiceva se stesso e dimenticava dichiarazioni. I vertici del Consiglio Giudiziario, che dipende dal ministero della Giustizia, hanno arbitrariamente sostituito i giudici del procedimento, a quelli che avevano inizialmente prosciolto gli avvocati per inconsistenza di prove, ed emesso un ordine di scarcerazione, ma la notte successiva. I nuovi giudici hanno revocato l’ordine di rilascio su richiesta della Procura e disposto l’incarcerazione. Un fatto senza precedenti, che si spiega con le disposizioni della presidenza turca adottate in seguito al tentato golpe del 2015, che non pochi definiscono deliberatamente organizzato dallo stesso Erdogan. La morte di Ebru Timtik è quindi riconducibile a un autentico omicidio di stato.

Per molti anni Ebru è stata impegnata in nome di operai e minatori, contadini e donne vittime di violenza, per i manifestanti di Gezi Park e per tutti coloro la cui proprietà è stata arbitrariamente espropriata a causa della trasformazione urbana, per le vittime di tortura nelle carceri e nelle stazioni di polizia, per gli accusati di reati di opinione e per i militanti politici. A Istanbul, di fronte all’Associazione degli Avvocati, colleghi e attivisti si sono ritrovati per commemorare Ebru: «La sua morte poteva essere evitata», ha scritto in una nota l’associazione, a cui si sono unite quelle delle principali città turche, Ankata, Antalya, Bursa, Mersin. Nelle stesse ore la polizia aggrediva decine di persone fuori dall’Istituto di Medicina legale dove è stata effettuata l’autopsia, come dimostrato da diversi video.

Ebru, in una bara avvolta nella bandiera rossa, è stata accompagnata dalla sala di preghiera alevita di Gazi, storico quartiere della sinistra turca, al vicino cimitero dove è stata sepolta accanto alla madre, mentre la polizia anti-sommossa circondava il cimitero con blindati e cannoni ad acqua, e impediva una marcia di protesta, sequestrando il feretro fino al luogo della sepoltura e vietando alla famiglia di portarla sulle spalle. A salutarla non c’era la sorella Barkin, anche lei avvocata detenuta nel supercarcere di Silivri, perché non le è stato concesso il permesso per i funerali. La battaglia di Ebru prosegue comunque, con l’impegno di altri, fra cui Aytac Unsal, avvocato, anche lui condannato nel processo intentato da una magistratura sempre più serva del potere. Anche Unsal sta portando avanti da 205 giorni lo sciopero della fame.

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